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Il territorio di Rovegno
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Rovegno
è un comune di antiche civiltà; varietà di paesaggi, di ambienti
incontaminati e ricca d’acqua e pascoli. Se ne accorsero nella
preistoria i primi abitatori della Val Trebbia, che stabilirono qui le
loro sedi, praticando la caccia e la pastorizia. Provano tutto ciò
un’ascia di pietra dell’età neolitica, trovata nel territorio di
Rovegno, reperti archeologici di età romana tardo-antica e frammenti di
tegoloni usati anche per la copertura delle tombe.
Tutto
ciò fa supporre che a Rovegno vi sia stata una continuità abitativa, i
cui reperti rinvenuti la fanno risalire
al paleolitico antico.
In
tempi più recenti, la zona era abitata dalle tribù dei Casmonates e dei
Marici e finite sotto il dominio dei romani.
Testimonianze
importanti di origine pre-romana sono presenti nelle immediate vicinanze di
Rovegno: il “complesso sacrale” che comprende un’area delimitata da
massi e caratterizzata da un varco di accesso, il complesso delimitato e
contraddistinto dalla presenza di un primitivo altare (Dolmen) e, nel
fitto del bosco presso una sorgente; due massi a vaga forma di piramide e
una grossa pietra, un tempo a comporre, con ogni probabilità, un
monumento dalle dimensioni importanti.
Rovegno
fu Pieve, cioè chiesa battesimale e madre di tutte le altre della valle,
segno dell’importanza della sua posizione in un territorio
particolarmente fertile e produttivo. Altro segno della vitalità di
Rovegno è la miniera di rame, attiva pare fin dall’anno Mille e
abbandonata solo in tempi recenti.
Oggi
a Rovegno, pur conservando gelosamente le tradizioni dei tempi in cui la
gente viveva con l’agricoltura e l’allevamento, si è saputo
acquistare una qualificata vocazione turistica estiva e di fine settimana
in perfetta sintonia con l’intero territorio della valle stessa e di
quelle limitrofe.
Le
antiche case contadine mostrano ancora segni di una cultura edilizia che,
giovandosi del materiale reperito sul luogo, utilizzava pietre di
differente colore, dal rossastro al bruno, per la varietà geologica della
roccia presente nel territorio del comune.
A
Rovegno sembra che madre natura abbia lavorato per offrire a chi,
assediato dalle nevrosi quotidiane della città, un rifugio di quiete e
silenzio in ampi e tranquilli
spazi colorati da pallide albi, rossi tramonti e boschi smeraldo.
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Itinerario:
Miniere di Rovegno
Località
di partenza e arrivo:
In
località Valle sulla provinciale 38 ad 1 Km dal bivio del ponte sulla
statale 45. In prossimità della sala da ballo "Miniera"
(disponibile un ampio posteggio).
Dislivello:
233 mt. in salita e discesa.
Tempo
di percorrenza: 2 ore circa.
Difficoltà:
"Senza particolari difficoltà"
Segnavia:
In fase di attuazione!!!!!
Dalla
località Valle (o anche dalla vicina sala da ballo "Miniera"
dove esiste un ampio posteggio) si inizia a il percorso (verso sud)
passando lungo la vecchia statale continuando verso sud-est si arriva dopo
poco ad un bivio si continua a salire svoltando a sinistra a lato del
bosco del "Giarin" detto anche di Annibale. Si continua a salire
e dopo circa 5' si raggiunge un bivio dove, verso nord si raggiunge la
galleria detta "Sardegna" dopo un centinaio di metri (Mt. 755),
dalla stessa ultima deviazione in circa 5' si raggiunge in salita il
"Dolmen"(Mt. 781), proseguendo a salire si raggiunge la località
"Colla" posizione panoramica. (Mt. 900), da dove si può vedere
in basso verso sud la frazione di Loco mentre verso nord-ovest si può
ammirare Moglia, Isola, Rovegno e tutt’intorno le montagne della valle.
Proseguendo
verso nord si raggiunge il bivio per la galleria detta del
"Francese" che si raggiunge scendendo verso sud, ritornando al
percorso principale si raggiunge il colle detto della "Prietta"
(Mt. 930), dove esiste una grossa pietra con una strana forma di
sedia.
Continuando
verso nord si raggiunge il passo del "Pian di Prao" (Mt. 908).
E
girando verso ovest si ridiscende verso la galleria del "Linajuolo (Mt.
740) (mentre verso nord si raggiunge dopo alcuni minuti la strada comunale
che dalla strada per Pietranera raggiunge la Colonia), che si
raggiunge dopo una quindicina di minuti dopo di che si raggiunge il paese
scendendo lungo il deposito di materiale di "scavo" della
soprastante galleria si arriva al punto di partenza.
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N=44°34'27
0"
E=09°16'49 9"
Mt. 657
Inizio percorso, su strada
provinciale 17 a 1 km dal ponte di Rovegno o in prossimità della sala da
ballo "Miniera" dove esiste un posteggio auto e dove passa
l'antica statale.
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Il
percorso si snoda attraverso l'antica statale dopo si raggiunge dopo
qualche minuto il bivio nel bosco del Giarin.

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Il percorso si snoda
attraverso l'antica statale, si raggiunge dopo qualche minuto il bivio nel
bosco del Giarin. |
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Bosco del
"Giarin" anche detto di Annibale
N=44°34'19
7"
E=09°17'01
9"
Mt. 684.
Si svolta a
sinistra e si sale verso est.
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Altri
5 minuti si Raggiunge la deviazione
verso la galleria detta "Sardegna" nella foto.
N=44°34'19 7"
E=09°17'15 5"
Mt. 755.
Mentre proseguendo a
salire verso sud dopo poco si raggiunge il "Dolmen". |
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"Dolmen"
Ammasso di roccia detta i Moglioni.
Attenzione
!!!!!! nell'avvicinarsi è pericoloso a causa di "buchi" tra
le rocce.
N=44°34'16
0"
E=09°17'17
4"
Mt. 781.

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Attenzione
!!!!!! nell'avvicinarsi è pericoloso a causa di "buchi" tra
le rocce. |
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Spalliera
della "Colla"
vista panoramica.
N=44°34'11 1"
E=09°17'28 3"
Mt. 900

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Bocchetta di Colla bivio
verso la galleria detta "del Francese".
N=44°34'17
4"
E=0917'31
1"
Mt. 903.

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Geotritone

Faglia
all'interno della galleria |
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Colle della
"Prietta", caratteristica pietra a forma di sedia.
N=44°34'19 3"
E=09°17'37 0"
Mt. 930.
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Pian di "Prao"
deviazione verso Nord (strada per la Colonia oppure a Ovest si scende
verso Rovegno.
N=44°34'22
9"
E=09°17'37
8"
Mt. 908.
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Miniera detta
Linajuolo la più importante e sfruttata.
N=44°34'31 1"
E=09°17'05 2"
Mt. 740. |
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Descrizioni
ricavate da pubblicazioni della Provincia di Genova. |
CASANOVA - LAGO
MARGOTTA
Il
principale interesse dell'itinerario è dato dalla sua stessa meta: il
lago Margotta. La scarsità di zone umide di una certa ampiezza nella
nostra regione, soprattutto a quote elevate, e insieme le vicende
climatiche che hanno interessato la flora e la fauna ligure durante e
dopo le glaciazioni, fanno di questi preziosi; ambienti dei piccoli
tesori di dati e di notizie sulla storia naturale della Liguria, e non
solo.
Sono
ambienti da conoscere e da proteggere; disseminati qua e là lungo l'appennino
settentrionale, hanno conosciuto alterne fortune: talvolta sono stati
tutelati da leggi apposite, come nel caso delle Agoraie nella vicina
val d'Aveto, talvolta sono scomparsi di fronte all'avanzare cieco del
turismo invernale, come in certe note stazioni sciistiche.
Il
sentiero parte dalla strada che unisce Casanova a Fontanigorda, poco
dopo il ponte sul torrente Pescia. La mulattiera, tra i coltivi e i
prati, è bordata da aceri e cerri. Su certi muretti verdi di muschio
e gialli di licheni vivono la falsa liquirizia e la sassifraga a
foglie cuneate. In una depressione del terreno, si osservano le prime
piante di zone umide: code di cavallo, giunchi e filipendule.
In
un castagneto ceduo, la persistenza di castagni d'alto fusto e le
tracce di terrazzamento ci fanno intuire che in passato si trattasse
di una coltivazione, cioè di un castagneto da frutto.
Molti
di questi boschi, non più curati come accadeva un tempo, sono oggi
sfruttati di quando in quando per ricavare legna da ardere; cataste di
legna lo testimoniano.
Lungo
i tornanti del sentiero piccole radure sono popolate da eriche e
mirtilli. Lucertole e ramarri dalle intense tinte verde-azzurro si
crogiolano al sole estivo, sulle scure rocce affioranti. Queste
appartengono alle ofioliti, rocce verdi scure ricche in magnesio, un
elemento chimico tossico per le piante se presente in concentrazioni
elevate: ospitano qualche pino nero e silvestre, ma la vegetazione
comunque scarseggia.
La
comparsa di ontani e di giunchi ci indica la presenza di una falda
acquifera superficiale: in effetti una fonte sgorga a mezzo versante,
e le sue acque sono captate appena a valle. Più su, la roccia è
colonizzata dall'elicriso e dall'anterico, un piccolo giglio bianco.
Praterie aride, dai suggestivi gialli e verdi chiaro, si alternano al
rosa delle estese fioriture del brugo nella tarda estate, o dell'erica
carnea a primavera. Talvolta queste brughiere ospitano i colori
argentei del sorbo montano e quelli rossi brillanti delle bacche del
sorbo degli uccellatori.
Il
sentiero sale ancora, e aggira dal basso la collina di lago Margotta.
il cerastio e la minuarzia a foglie di larice formano
"cuscini" più o meno densi, mentre sul fondo della
mulattiera cresce la poligala falso-bosso, dall'intenso profumo di
limone e dai fiori giallo violetti.
Si
costeggia ora per breve tratto un rio che scende dal Roccabruna, la
cui mole oscura il cielo dinnanzi a noi. Si abbandona la mulattiera
che porta al crinale, per imboccare un sentiero che sale invece sulla
collina appena aggirata. Gli insetti più comuni in queste praterie
fiorite sono le cavallette, i coleotteri dai colori brillanti, le api
e le farfalle.
E'
possibile, in queste lande aspre e selvagge, avvistare il cinghiale,
specialmente all'alba e al tramonto; frequenti sono comunque le tracce
del suo passaggio ("sentieri", grattatoi, zolle di terra
rivoltate col grifo nella sua meticolosa
ricerca del cibo, pazze di fango dove si rotola per liberarsi dai
parassiti....
Eccoci
alla conca di lago Margotta: la sua forma rotondeggiante è quella
tipica di un laghetto di origine glaciale.
Oggi,
più che un lago, il lago Margotta deve essere considerato una
torbiera: infatti, la crescita della vegetazione è rigogliosa ad ogni
stagione, ma non è sufficientemente compensata da una decomposizione
altrettanto rapida della materia organica; con la morte della
vegetazione, questa finisce per accumularsi sul fondo. La mancata
decomposizione, ostacolata sia dalle basse temperature, sia dalla
carenza di ossigeno, porta alla formazione della torba. Per questo
motivo, come è nel destino di molti laghetti di montagna, il lago si
sta progressivamente interrando. La struttura di una torbiera è
riconducibile a una serie di cinture concentriche di vegetazione: la
più interna corrisponde alla zona in cui l'acqua è più abbondante,
in quella esterna 1'umidità del suolo è invece molto più ridotta.
La
zona centrale della torbiera è colonizzata uniformemente dalla
cannuccia di palude, che caratterizza la conca palustre ad un primo
colpo d’occhio; intorno ai fusti della cannuccia, il trifoglio
fibrino, dalle corolle candide e delicate, forma una fitta rete di
rizomi.
Ma se
cautamente ci si addentra nel fitto di queste alte erbe si scopre, sui
cuscini di muschi sfagni gonfi d'acqua, la drosera, l'inconfondibile
pianta carnivora: con le sue rosse foglie a cucchiaio, provviste di
peli ghiandolosi, questa esile piantina integra la sua dieta
catturando incauti moscerini.
In
questi ambienti umidi convivono anfibi comuni, come rane e rospi, con
altri più rari e interessanti, come il tritone comune e il tritone
crestato, che trascorrono la maggior parte della vita, anche da
adulti, in acqua. Non mancano insetti acquatici: ad esempio, si fanno
notare le grandi libellule del genere Aeschna.
Una
"cintura" di piumini, parnassie e carici interessa
soprattutto la sponda meno acclive dell'invaso. Vi fiorisce nella
tarda estate l'orchidea Epipactis palustre. La zona dell'immissario
ospita un boschetto di ontani neri: qualche esemplare si spinge a
colonizzare le zolle di muschi e sfagni, verso il centro del lago.
L'emissario
merita qualche attenzione: qui i cespi delle carici e della molinia
azzurra consolidano il terreno ancora instabile, mentre la calta e la
veronica beccabunga fioriscono tra i sassi nelle acque correnti. Poco
lontano dall'acqua vivono anche la sanguisorba e la filipendula,
mentre molte specie di orchidee si lasciano ammirare nei lembi di
prato e di brughiera ormai affrancati dall'acqua.
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CASANOVA - PASSO DI
VALLERSONE
L’interesse
geologico prevale nella lettura di questo itinerario: più altrove, è
evidente come la natura della roccia condizioni di volta in volta la
natura del paesaggio, il tipo di vegetazione e in definitiva, anche il
tipo di presenza umana.
Il
versante destro della val Trebbia, in una regione già
interessantissima sotto questo profilo, ha per i geologi una
importanza fondamentale.
Già
negli elementi costruttivi dei primi muretti il percorso sono presenti
le rocce che incontreremo in seguito chiari calcari, brune arenarie,
rocce verdi, conglomerati scuri e diaspri rossi. Sono rocce di natura
diversa, ognuna delle quali rappresenta un pezzetto della storia
geologica della nostra regione.
A
un tornante della strada Casanova-Fontanigorda, in località
Canfernasca, si imbocca il sentiero, ra lembi di cerreta, prati
falciati e coltivi, per scendere lungo un piccolo torrente.
Disseminate
per tutto il percorso, le zone lungo i corsi d'acqua ospitano, insieme
all'ontano nero, salici arbustivi, giunchi e mente, e sulle rocce
sempre bagnate vegetano muschi e felci. Nelle pozze di acqua stagnante
pattinano rapidi sulla superficie insetti gerridi, dall'inconfondibile
corpo allungato, mentre le acque correnti celano sul fondo le larve di
altri insetti acquatici (plecotteri, tricotteri) e sulle rive si
nasconde qualche anfibio (rospi e rane rosse). Non è improbabile
trovarvi anche qualche trota.
Si
aprono scorci sul Gifarco, il Roccabruna e il monte Castello del
Fante: la morfologia rude di tali rilievi ci suggerisce la possibile
presenza di corvidi e di rapaci. Se facciamo attenzione, potremo
distinguerne le sagome in volo: nere e poco eleganti quelle delle
cornacchie, nobili e rotonde quelle delle poiane, svelte e agili
quelle dei gheppi.
Si
sale dolcemente a una piana che ospita un secolare castagneto da
frutto, popolato dagli immancabili rovi e dalla felce aquilina. Al
margine, le specie forestali del bosco misto (ornielli, carpini,
aceri, cerri) stanno per sostituirsi al castagno.
Mentre
il sentiero si restringe a mulattiera, il substrato di rocce
ofiolitiche, pesanti e scure, ospita radi pini neri e silvestri. Le
ofioliti caratterizzano molti dei rilievi della Liguria centrale e
orientale: sono tra le rocce più antiche della nostra regione e si
sono formate sul fondo di un oceano che esisteva, più o meno,
all'epoca dei dinosauri.
Poco
oltre affiorano bianchi calcari, ma poi, su gabbri e serpentiniti
(sempre facenti parte delle ofioliti), il paesaggio ritorna aspro e
selvaggio: tra erbe e bassi arbusti, qualche pino silvestre dalla
corteccia rossastra e qualche ginepro resistono sulla nuda roccia
appena sgretolata.
Sulle
argilliti la morfologia è invece più dolce e la vegetazione un poco
più abbondante e continua; si fanno più frequenti i bassi
"cuscini" spinosi della ginestra di Salzmann, i fitti
tappeti di erica carnea e le compatte sagome scure del brugo. Poco
oltre è visibile un fenomeno di erosione differenziata; rocce
sedimentarie più resistenti (le arenarie) sporgono in bancate potenti
rispetto a strati più teneri, sottili ed erodibili (le argilliti).
Segnalato
dalla presenza di salici, ontani bianchi e neri e qualche carpino, si
incontra nuovamente il piccolo torrente, che a valle forma dei
suggestivi salti d'acqua.
Il
sentiero sale ripido tra faggi arbustivi e contorti, saliconi e sorbi
montani: più in quota c'è quasi solo il faggio; nel sottobosco
tappezzato dai mirtilli, ecco la bellissima orchidea dalle foglie
macchiettate. Contrastano con questi ambienti freschi e ombrosi, gli
ambienti di roccia scura, aridi e assolati.
Ad
un poggio la vista si apre sulla torbiera di lago Margotta. Superata
una staccionata, il sentiero passa su un pavimento di arenaria scavato
fra le sfaldabili argilliti; poco oltre, queste ultime rocce,
friabilissime, sono così frequenti da dare al paesaggio
caratteristiche morfologie "a calanchi", instabili e povere
di vegetazione. Percorrendo ancora praterie sassose e boschi di faggi,
si giunge alla Fontana del vino. All'ombra degli ontani bianchi,
fiorisce la calta: simile a un grosso ranuncolo, questa specie fa
parte di quel gruppo di piante giunte fino a noi durante l'era
glaciale, dalla Siberia e dalla Scandinavia; alcuni esemplari di tali
specie sono rimasti nella nostra regione, col ritiro dei ghiacciai,
approfittando del permanere di ambienti particolarmente freddi e
umidi, come i bordi dei torrenti di montagna. Il bosco di ontano sfuma
adesso in una faggeta, all'ombra della quale fioriscono anemoni dalle
corolle bianche e violette, gerani nodosi e profumati fior di stecco.
Poco oltre affiorano diaspri di un bel rosso mattone. Ora il sentiero
procede in piano, ancora in faggeta, fino a raggiungere un'altra zona
umida. Sotto le fronde dell'ontano bianco fioriscono sia specie comuni
di zone umide, come la menta e la coda di cavallo, sia altre più
rare: la calta, il bianco ranuncolo a foglie di platano, l'aconito
variegato e la balsamina non-mi-toccare, che lancia con violenza i
suoi semi appena giungono a maturazione. Nella faggeta si respira
odore di funghi: a fine estate le colombine rosse, verdi e morelle
allietano il sottobosco. Sulle ceppaie dei faggi fioriscono a
primavera le acetoselle; nella fertile lettiera, mentre germinano le
faggiole, notiamo un'elegante orchidea: la Epipactis helleborine.
Fuori
dalla faggeta si infittisce il tappeto di eriche e di mirtilli. Ad
essi si associano, nelle radure i lamponi e gli epilobi, alte erbe
dalle copiose fioriture violette. Ma è ancora la faggeta a
caratterizzare l'ultimo tratto del nostro percorso, fino a passo di
Vallersone, alle falde del Montarlone (1500 m). Siamo giunti al
crinale, dove il panorama si apre sulla val d'Aveto.
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Descrizioni
ricavate da pubblicazioni della Provincia di Genova.
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Descrizioni
ricavate da pubblicazioni della Provincia di Genova. |
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PIETRANERA
- PIETRE BIANCHE
Anche
in questo itinerario è prevalente l'interesse geologico, così
significativo anche nel dare i nomi ai luoghi della zona, a cominciare
proprio dal punto di partenza e di arrivo del nostro itinerario,
Pietranera:
la località deve il nome quasi certamente alla presenza delle scure
rocce di origine oceanica profonda, chiamate complessivamente "ofioliti".
L'età di queste rocce risale a quasi 200 milioni di anni fa.
Da
Pietranera, poco oltre il bivio per la colonia di Rovegno, si imbocca
un sentiero erto e sassoso che sale tra prati a sfalcio. Sui detriti
rocciosi di serpentinite e su quelli più fini delle argilliti,
fioriscono splendide orchidee (Orchis ustulata, Orchis purpurea...).
Il
sentiero procede a mezza costa in direzione di Casanova; la zona
appare aspra e selvaggia, e il suolo scarso e pietroso ospita radi
pini neri e pini silvestri, dalle frugali esigenze, e per questo
motivo usati di frequente nei rimboschimenti.
Il
substrato roccioso è in realtà molto vario, a dimostrare la
tormentata storia geologica della zona: brecce, conglomerati,
arenarie, rocce verdi, diaspri rossi e rocce calcaree chiarissime si
succedono in brevi spazi.
Si
incontra un corso d'acqua, mentre si procede su un pavimento di
diaspri rossi, rocce sedimentarie formatesi sul fondo di antichi
oceani, per la deposizione di materiale siliceo. Ad essi presto fanno
da contrasto altre rocce di origine sedimentaria dalle tinte chiare:
sono i calcari a calpionelle, così chiamati per la presenza di
microscopici fossili, appunto le calpionelle; invisibili a occhio nudo
(erano protozoi) sono rimasti intrappolati con il loro guscio nel
sedimento calcareo, mentre si depositava sul fondo marino .
Il
percorso prevede alcuni agevoli guadi lungo il fosso Lugano: nelle
acque del ruscello possono vivere anfibi interessanti, quali il rospo,
la salamandra pezzata, le rane rosse.
Il
sentiero si snoda per un buon tratto nel bosco di faggio, che convive
con carpini neri, ornielli, cerri ed aceri. In assenza del bosco, la
vegetazione diventa una landa di ginepri, eriche e rose selvatiche.
Questo paesaggio ci accompagna fino alla località Pietre Bianche.
Tale
località, interessante dal punto di vista geologico, è
caratterizzata come dice il nome dalla presenza di rocce chiare, i
calcari a calpionelle, che vi affiorano con evidenza. Il contenuto
elevato in carbonato di calcio di queste rocce le rendono preziose per
l'attività di estrazione della calce: in altre zone della Liguria,
per esempio in val Graveglia, sono state aperte numerose cave negli
affioramenti di calcare, anche se non sempre in modo rispettoso
dell'ambiente.
Si
arriva poi sulla sterrata che sale da Casanova e Crescione verso la
costa del Perdono. Al bordo della strada, su rocce argillose sfaldate,
fioriscono densi cuscinetti di un garofanino rosa, la Saponaria
ocymoides, mentre basse ginestre dei tintori, timo ed elicriso,
colonizzano i terreni più stabili.
Si
giunge ad incrociare il sentiero che da Foppiano sale fin sotto le
pendici del Montarlone. Qui si abbandona lo sterrato per imboccare un
sentiero in direzione di monte Pianazzi, sulla sinistra. Il percorso
si snoda in una fitta boscaglia di prugnolo selvatico, biancospino e
rosa canina, dove si rifugiano volentieri gli uccelli di piccola
taglia, come averle, luì, capinere.
Ci
addentriamo in una bella faggeta; nel sottobosco fiorisce un'elegante
orchidea bianca, diversa dalle altre per l'assenza dello sperone, il
prolungamento del fiore che contiene il nettare: è la Cephalantera
alba.
Il
sentiero, dopo un tratto pianeggiante, comincia a scendere dolcemente:
incontrato un bivio si procede in direzione di Piano della Cascina di
Morca. Poco oltre si esce dal bosco in una; brughiera con ginepri e
pini neri, per giungere in una zona rocciosa, lungo le pendici di
monte Pianazzi.
Rocce
verdi di tipo basaltico affiorano con forme aspre e selvagge dando al
paesaggio un carattere particolare. Queste stazioni rupestri, molto
ostili alla vita dei vegetali, ospitano piante piccole, esili, poco
appariscenti; eppure esse riescono a vivere anche su un suolo in cui
la ricchezza di magnesio, derivante dall'alterazione della roccia
sottostante, è eccessiva per le altre piante.
La
vista domina i rilievi ondulati e irregolari delle valli di
Fontanigorda e Casanova; mentre a destra un sentiero si dirige verso
l'abitato di Foppiano, il nostro percorso scende lungo costa Pelata,
verso Pietranera.
Si
attraversano ora prati aridi e sassosi, ora lande a brugo ed erica,
ora boscaglie di ginepri che consolidano i detriti più fini della
roccia.
Lungo
la discesa, lembi di pineta a pino nero si alternano a lembi di
castagneto da frutto, un tempo coltivato, ed oggi quasi completamente
trasformato a ceduo.
Quindi
si giunge sulla carrozzabile che collega Pietranera a Foppiano e,
passando per località "la Pietra nera", si giunge al paese
omonimo. Siamo al margine delle rocce nere, nelle quali distinguiamo
forme massicce e arrotondate; la loro origine è forse la più
affascinante: si tratta infatti delle testimonianze di antiche attività
vulcaniche sottomarine, che si verificavano sul fondo di un oceano
ormai scomparso, tra l'Africa e l'Europa. A questo oceano i geologi
hanno dato il fantasioso nome di Tetide, prendendolo in prestito dalla
mitologia greca.
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ROVEGNO
- GARBARINO
La
ricchezza e la varietà del patrimonio forestale della val Trebbia
appaiono in tutta la loro evidenza a chi percorre questo itinerario:
cambiano in continuazione gli alberi, gli arbusti e le erbe del
sottobosco, perché cambiano ogni volta la temperatura e l'umidità
dell'aria, il substrato roccioso, la quantità d'acqua nel suolo. E'
un percorso che, per gli amanti del mondo vegetale, ha il pregio di
non annoiare mai.
Il
sentiero parte sul retro della chiesa di Rovegno: è bordato da
muretti di pietre, tra cui si riconoscono neri basalti e rossi
diaspri. Cerri, carpini, robinie e noccioli delimitano i prati e i
coltivi.
Incontrata
una cappella votiva, tra bordure di biancospini e prugnoli, si
costeggia un castagneto da frutto, con esemplari secolari; nei tronchi
cavi possono trovare rifugio i ghiri, gli scoiattoli e i rapaci
notturni, come le civette e gli allocchi.
A
margine, la presenza di specie come l'ortica e il sambuco nero
testimoniano della trascorsa attività umana e pastorale. Bordano il
sentiero liane quali il luppolo e la vitalta; tra gli arbusti, la
berretta da prete si riconosce facilmente per i caratteristici e
curiosi frutti rossi, la cui forma è all'origine del nome. Sulle
pietre dei muretti, si osservano le fioriture candide della meringia,
tra il verde cupo dei muschi e quello più attenuato di piccole felci.
Si
incontrano boschi di cerro, una quercia alta e slanciata, dalla
ghianda protetta da una cupola caratteristica, fatta da piccole
squamette "spettinate". Le cerrete un tempo erano
probabilmente più estese nell'appennino ligure e tosco-emiliano, come
dimostrano i numerosi toponimi
di queste zone (il Cerro, passo del Cerreto...); avvicinandoci al
fosso del Riccio, carpini aceri, e sporadici frassini tendono a
sostituirsi al cerro.
Sui
massi del fosso verdeggiano muschi, epatiche e felci. Tra i detriti
grossolani del greto crescono le grandi foglie del farfaraccio e
quelle sfrangiate della cardamine amara. Sotto i sassi, la presenza
degli astucci di larve di insetti tricotteri e plecotteri ci rassicura
sul buono stato di salute delle acque.
Una
brevissima deviazione conduce alla fonte del Galletto, in località
pian della Taverna: suggestive formazioni rocciose incombono sulla
piana. Presso la fonte, insieme alla coda di cavallo e alla veronica
beccalunga, la menta acquatica spande il suo profumo.
Il
fondo del sentiero, prima di diaspri rossi, si fa ora chiaro e
grigiastro per la presenza di calcari, marne e argille. Il prato
davanti ad alcuni ruderi in pietra è invaso da prugnoli, rose e
ciliegi selvatici, pronti ad annunciare il ritorno del bosco.
Il
sentiero supera un dosso, tra muri a secco con pietre disposte in
costa, e scende in una valletta ombrosa, sulle cui rocce umide
crescono l'elleboro, l'erba mercorella e in primavera i campanellini e
i bucaneve.
Nel
bosco misto che segue, la specie prevalente è il carpino nero, uno
degli alberi più frequenti nei boschi collinari della Liguria,
riconoscibile per le foglie, simili a quelle del castagno ma più
piccole, e per i caratteristici frutti, che ricordano nell'aspetto
quelli del luppolo. Nel sottobosco si incontrano le piante amanti del
fresco e dell'ombra: la primula , la polmonaria dalle ampie foglie
chiazzate di bianco, il delicato sigillo di Salomone e l'erba
fragolina. ' Il bosco ora è più fitto ed intricato, invaso da specie
lianose (a cominciare dalla vitalba, diffusissima) e talvolta dalla
felce aquilina.
Superato
un altro piccolo corso d'acqua, si cammina su un substrato di
argilloscisti; si svolta in direzione di Garbarino. Spesso le
condizioni ambientali, decisamente umide, ospitano anche il carpino
bianco, che si distingue dal carpino nero soprattutto per la corteccia
e, nella tarda estate, per i frutti.
Il
sentiero incontra scendendo altri corsi d'acqua, ricchi di specie
proprie delle zone umide come l'ontano nero. Dove aumenta l'espósizione
ai raggi solari e al vento, l'umidità nell'aria e nel suolo
diminuisce: si incontrano allora boschetti di cerri, orlati da siepi
di ginestra dei carbonai, dai vistosi fiori gialli.
Si
ritorna a camminare su un substrato di rocce verdi, scure, dove la
vegetazione è più povera e stentata; un punto panoramico ci offre
uno scorcio suggestivo sulla confluenza del Terenzone nel Trebbia, ed
oltre, sull’abitato di Garbarino.
L'itinerario
incontra la statale 45, che va percorsa per un breve tratto in
direzione di Gorreto; poco oltre, si riprende la mulattiera per
Garbarino, che sale fra prati a sfalcio.
L'aspetto
generale di questi ambienti è ormai sempre più domestico: anche se
l'abbandono delle campagne si fa sentire, e molti dei campi un tempo
coltivati vengono oggi progressivamente invasi da arbusti spinosi, i
segni dell'uomo si leggono ancora in certi ruderi, nei muri a secco
che delimitano i terreni e nella stessa mulattiera. Tra le pietre dei
muretti, incrostate di licheni gialli e grigi, è facile sorprendere
lucertole e ramarri.
Il
percorso si immette su quello che da Garbarono conduce al monte,
all'altezza della Cappelletta del Crocifisso. Da qui si giunge
rapidamente in paese; si può concludere scendendo direttamente a
Gorreto per la strada asfaltata, oppure per un sentiero non più
frequentato, e diventato per questo motivo ormai poco agibile.
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