LA MINIERA DI MONTE LINAJUOLO

Utensili dei minatori

di

SILVANA BALLAERA,

MARCO MARCHESINI

 e MARCO RETTAGLIATA

 

 

Cartina del territorio delle Miniere


 Associazione Turistica Pro Rovegno

La Liguria , regione tra le meno estese d’Italia, nonostante il clima particolarmente favorevole all’agricoltura ed al turismo,  ha da sempre costretto i suoi abitanti a pesanti fatiche e sacrifici per trarre dal terreno i frutti necessari alla sopravvivenza. E’ da questa fatica quotidiana che discende la ben nota laboriosità che ha contraddistinto i primi abitanti di Rovegno, le cui origini risalgono forse al Paleolitico, uno dei più antichi periodi della storia dell’uomo. Le possibili testimonianze di insediamenti molto antichi nella zona della Rovegno di oggi sono costituiti da un “tempio sacrale” o “ara”  nel castagneto “Cavallistaia” nelle alture della frazione Poggio, dove, la posizione predominante sulla vallata, e la presenza di una sorgente in corrispondenza di alcuni grossi massi,  possono aver facilitato la scelta del luogo per celebrare riti sacrificali e propiziatori:

La zona è ben conosciuta nel paese, ed il suo significato religioso è suggerito dalla toponomastica: “Andiamo a raccogliere le castagne all’altare di pietra”. (Foto n.1).

Sempre nei dintorni della Frazione Poggio esiste un complesso di massi posti in posizione perfettamente circolare, che forse delimitavano una piazzola sovrastata da un primitivo altare.Dolmen

 

La zona è ben conosciuta nel paese, ed il suo significato religioso è suggerito dalla toponomastica: “Andiamo a raccogliere le castagne all’altare di pietra”. (Foto n.1).

Sempre nei dintorni della Frazione Poggio esiste un complesso di massi posti in posizione perfettamente circolare, che forse delimitavano una piazzola sovrastata da un primitivo altare.

 

 

 Foto n. 1 – L’Altare di pietra, meglio conosciuto come Dolmen.

 

 

 

Il terzo periodo dell’età della pietra, il Neolitico, segna l’inizio della formazione di villaggi. Un blocco di selce levigata raccolto in Frazione Zerbo, è stato attribuito a questo periodo.

Presso il museo civico di Archeologia Ligure di Villa Pallavicini in Genova, è conservata un’ascia preistorica in bronzo raccolta a Casale, nel territorio di Rovegno, e datata al Bronzo Antico.

Sono d’epoca romana, invece, i reperti, raccolti in prossimità di Pietranera: asce, cocci di terracotta, frammenti bronzei di utensili, parti di tegoloni, usati anche per la copertura delle tombe cosiddette “a cappuccina” in uso in Italia fino all’età paleocristiana e barbarica.

Le zone di Rovegno e del fiume Trebbia furono luogo di combattimenti e passaggi di soldati appartenenti alle legioni romane da un lato, e all’esercito di Annibale dall’altro (II Guerra Punica tra Roma e Cartagine, 218-201 A.C.).

Pare che lo stesso Annibale, che per quindici anni impegnò i Romani, si sia fermato nel bosco “Giarin” di Rovegno, noto come il “bosco di Annibale”; il condottiero cartaginese sarebbe stato ferito ad una mano dai Romani sul Monte Lesima, il cui nome può derivare da “lesa – mano” e ricorderebbe tale evento.

Il suolo ed il sottosuolo dell’area  di   Rovegno  presentano caratteristiche geologiche di grande interesse: nella zona affiorano litologie molto variabili, spesso deformate da faglie e da pieghe che testimoniano come questa parte dell’Appennino si sia formata in seguito ad eventi piuttosto complessi.

Sui monti di Rovegno si possono incontrare resti di rocce sedimentarie, di graniti ed anche rocce tipiche del “grande mare Giurassico” detto “Ligure – Piemontese”. La geologia infatti ci insegna che anche ciò che sembra immutabile a scala umana è invece soggetto a cambiamenti che richiedono tempi lunghi milioni di anni. Nel Mesozoico si sviluppò un vero e proprio oceano, il cui fondo era costituito da peridotiti e da prodotti magmatici come i basalti ed i gabbri. Attraverso le faglie i fluidi potevano penetrare nel fondo, riscaldarsi ed arricchirsi di metalli. La risalita di questi fluidi permise, in alcuni casi, a metalli come il ferro ed il rame di depositarsi, prevalentemente sotto forma di solfuri come la pirite (solfuro di ferro) e la calcopirite (solfuro di ferro e rame). In questo modo si formarono, ad esempio, i giacimenti  del Levante ligure ed anche gli ammassi coltivati in passato a Rovegno.  Oltre al ferro ed al rame   in  questi  giacimenti possono essere presenti altri elementi come lo zinco, l’arsenico e anche l’oro; quest’ultimo è risultato effettivamente presente in piccole quantità a Rovegno.

Successivamente si deposero rocce di tipo sedimentario, come i diaspri, i calcari, le arenarie e quello che era stato un oceano divenne prima un mare più ristretto ed infine si richiuse del tutto.

Le rocce che testimoniano questi lontani eventi sono oggi emerse e fanno parte della catena Appenninica, che è costituita da “impilamenti” di rocce che originariamente avevano geometrie molto più semplici di quelle attuali.

 

Foto n. 2 – Gli Appennini a Rovegno.

 

 

Il minerale più abbondante nel giacimento di Rovegno era la pirite, accompagnata da calcopirite, che formava masse nodulari, amigdale ed ammassi fino a circa 1,5 m. di diametro. 

Il nome di pirite marziale usato nel secolo scorso per descrivere la mineralizzazione si riferisce al rame in essa contenuto, utile alla preparazione del bronzo, (marziale deriva dal nome di Marte, dio della guerra della mitologia romana).

La presenza di questo tipo di minerali non è troppo difficile da rilevare sulla parte superficiale dei giacimenti: la pirite infatti tende ad alterarsi, ed il ferro del solfuro forma idrossidi (limonite) dal caratteristico aspetto rugginoso. Il gergo  minerario definisce gli ammassi superficiali alterati con i nomi di “cappellaccio di alterazione” o di “brucione”, presente in abbondanza nelle discariche della Miniera del Linajuolo. Lo zolfo dei solfuri si disperde sotto forma di SO4,   ma se l’alterazione avviene al riparo da piogge o acque correnti si possono formare solfati come il gesso (solfato di calcio idrato, di colore biancastro) o la melanterite e l’epsomite che formano incrostazioni visibili all’interno dei cunicoli della Miniera.

Il rame fu il primo metallo ad essere utilizzato dall’uomo, e dà il nome alla cosiddetta “Età del Rame” che segue quella della Pietra e che precede quelle del Bronzo e del Ferro. Il rame è abbastanza diffuso e può essere rinvenuto allo stato nativo (cioè  non legato ad altri elementi) o contenuto in minerali relativamente semplici da lavorare.

I resti di manufatti o di oggetti a carattere rituale in rame sono relativamente diffusi in molte aree, ed  in vari siti sono stati rinvenuti persino i resti di antiche    lavorazioni, come,  ad esempio, a Libiola ed a Monte Loreto in provincia  di  Genova,  da cui provengono  reperti  (mazzuoli  in pietra  e   strumenti di legno,datati con tecniche   radiometriche) che hanno più o meno la stessa età del celebre  “Uomo delSimilaun”  (circa 4500 anni fa) .

I resti di manufatti o di oggetti a carattere rituale in rame sono relativamente diffusi in molte aree, ed  in vari siti sono stati rinvenuti persino i resti di antiche    lavorazioni, come,  ad esempio, a Libiola ed a Monte Loreto in provincia  di  Genova,  da cui provengono  reperti  (mazzuoli  in pietra  e   strumenti di legno,datati con tecniche   radiometriche) che hanno più o meno la stessa età del celebre  “Uomo delSimilaun”  (circa 4500 anni fa) .

Particolare Minerario

   Foto n. 3 – Rame nativo proveniente dalla Liguria orientale (dimensioni dell'aggregato 4 cm.).

 

 

Il rame fu quindi un metallo molto ricercato, ed anche piccoli giacimenti assunsero una certa importanza, in periodi nei quali le comunicazioni e gli scambi commerciali erano difficoltosi.

Non ci sono documentazioni sulla possibile datazione dell’inizio della coltivazione del giacimento di Rovegno (da sempre chiamato Linajuolo o Linaiolo), ma nel XIX secolo le operazioni minerarie misero in evidenza angusti cunicoli scavati a mano, che potrebbero forse risalire al Medioevo o anche ad epoche più remote. (Foto n.4).

Secondo   G. Pipino (1984)   la Liguria dopo una fase di fervente  attività  mineraria,   antecedente la   dominazione   romana ( non documentata a  Rovegno,  ma  comunque  possibile) vide un graduale declino  delle operazioni, legato sia al miglioramento delle comunicazioni che alla tendenza  a  con centrare lontano dal centro dell'Impero gli schiavi impiegati come minatori. 

 

Foto n .4 – Angusto cunicolo nella Miniera del “Linajuolo”.

 

Le  notizie sul  periodo  medioevale  sono scarsissime;  nel XIII secolo si hanno le prime   testimonianze scritte di attività mineraria in Liguria, a cui fanno seguito diversi altri documenti  che  si riferiscono soprattutto al Genovesato ed al Tigullio

Il primo documento certo sul giacimento di Rovegno  risalirebbe al 1600, quando la famiglia Doria ne era proprietaria; si può comunque ipotizzare che già da tempi più antichi la miniera di “Monte Linajuolo” fosse una delle fonti di sopravvivenza per le popolazioni locali.

Un altro elemento importante per lo sviluppo di Rovegno fu la vicinanza dei monaci benedettini di S.  Colombano di Bobbio, che per molti anni aiutarono i contadini nel pesante lavoro della campagna, e in alcuni casi insegnarono loro a leggere ed a scrivere.

Furono di sostegno agli abitanti delle zone montane del Trebbia lungo i vari cambiamenti di potere, dai feudi dei Franchi al potere dei Fieschi a quello della Repubblica Genovese con i Doria.

In quest’ultimo periodo l’attività mineraria di tutta la Liguria diminuì rapidamente, probabilmente a causa dello sviluppo dei traffici marittimi, ben più remunerativi per la fiorente neo Repubblica.

Da ricerche storiche risulta che le miniere di Rovegno, di Libiola e di Framura, erano rimaste le uniche attive in tutto il territorio ligure. A quell’epoca i rapporti con Genova erano possibili grazie alla strada, che seguendo più o meno il corso del fiume Trebbia,  passava da Rovegno (e non per la frazione di Isola). Da Rovegno l’arteria proseguiva poi per Garbarino, Rettagliata e quindi per Ottone. Era qui che, durante il dominio dei Doria, si svolgevano le cause civili e quelle penali. Le pene erano severissime, molto più di quelle previste dai precedenti signori della zona. Per i reati gravi erano previsti il rogo e la morte per squartamento, o per trascinamento alla coda di un cavallo. Pene minori erano la tortura, la berlina ed il carcere. In molti castelli della zona (Torriglia, Ottone, Fontanarossa, Gorreto) esistono ancora luoghi che ricordano le macabre torture e le atroci morti dei condannati; alcune mura di antichi castelli recano ancora anelli ai quali si racconta che venissero appese le membra dei malfattori fatti squartare in applicazione della “giustizia” dei Doria.

Le Comunità di Rovegno, Garbarino, Fontanigorda avevano consoli, rettori e ufficiali stanziari, i quali si potevano avvalere della collaborazione di consiglieri nominati dagli anziani dei singoli centri.

In quel tempo la chiesa di Rovegno era già “Pieve”, cioè aveva diritto di battezzare: un privilegio concesso a poche chiese nel Medio Evo. Non a caso sul Monte di Montarlone  esiste ancora la “Fonte del Figliuolo” dove fu celebrato il battesimo di fortuna di un bimbo morente, mentre i genitori lo stavano portando a Rovegno per il Primo Sacramento.

Dalla chiesa di Rovegno dipendevano le parrocchie di Fontanigorda, Torriglia, Montebruno, Rondanina, Carpeneto, Fascia, Fontanarossa, Gorreto, Cabanne, Rezzoaglio, e Alpepiana.

Alla Pieve le chiese soggette procuravano le decime che costituivano, in un ambiente essenzialmente rurale, una cospicua fonte di entrate.

Piccolissime cappelle o edicole con una statua erano situate al limitare di viottoli importanti. Ogni cappellano assicurava un minimo di entrate all’Arciprete, figura di prim’ordine nel Plebanato rovegnese.

La chiesa parrocchiale si trovava in contrada Valle Rucugnu (oggi ne sono pressochè scomparse le tracce poiché tale costruzione è stata distrutta da una imponente frana dell’inizio dell’800). Si racconta che, con l’incalzare dei briganti, l’Arciprete non risiedesse mai nell’abitazione parrocchiale, poiché questa rimaneva al di fuori dall’abitato. Il brigantaggio fu un fenomeno pesantemente diffuso nelle nostre zone anche e soprattutto a causa delle pestilenze del 1592 e 1656. 

Rovegno aveva il suo Lazzaretto a Laccio, e si dice che da qui e da Bargagli venissero portati i defunti a causa della peste, perché fossero seppelliti nel cimitero attiguo alla chiesa posta in Valle Rucugnu.

Mentre la vita del paese di Rovegno era caratterizzata in questo periodo, dalla presenza di briganti, dalle epidemie e, per qualche tempo, anche dalle carestie, la Miniera di Monte Linajuolo era in piena attività, impiegando circa una decina di operai, come mostra un antico documento contabile un vero e proprio libro paga- tutt’ora conservato presso l’archivio del Palazzo Doria-Pamphili in Roma.

Il minerale estratto veniva senz’altro “lavato” in zona, parzialmente lavorato, e poi trasportato a dorso di mulo sino a Genova. Oltre al rame risultavano di interesse i contenuti di ferro, zolfo, e persino di oro, che pare riuscissero a contribuire ai costi della mano d’opera.

Le quantità d’oro estratte venivano utilizzate per la coniatura di una moneta detta “Genovino” (in Liguria c’erano parecchi tipi di questa moneta, differenziati soprattutto per la zona in cui era stata prodotta). A Rovegno si batteva moneta nella frazione di Rucugnu (Conio). Un esemplare di Genovino di questa provenienza dovrebbe essere conservato nella collezione del Re presso il Museo di Numismatica di Torino.

I periodi  storici seguenti che pian piano portarono alla Repubblica di Genova e alla caduta del regime feudale vedevano in Rovegno e in Casanova le comunità più popolose (1.500 abitanti nel 1780); il mestiere più redditizio era ancora quello dei mulattieri. Negli ultimi anni del 700 a Rovegno vi erano 5/6 mastri-muratori, 2 calzolai, 5/6 fabbri, 2 sarti; il resto della popolazione viveva di agricoltura e di allevamento. La Pieve Rovegnese era governata da ben 6 sacerdoti. E’ di questo periodo l’inizio dei lavori di costruzione dell’oratorio dedicato a S. Matteo Apostolo in frazione Isola. (Così come si legge dal volume “Note Storiche su Rovegno” di Dino D’Angella – 1991).

Il vento della Rivoluzione Francese che sconvolse l’Europa interessò anche Rovegno.

Alcuni Rovegnesi furono coinvolti nei movimenti politici del 1797/98 in concomitanza del nuovo regime della Repubblica Democratica ligure. Il dominio di Napoleone decretò per sempre la fine del regime feudale, e Rovegno, come tutta la Liguria, passò quindi sotto il dominio francese.

La moneta divenne il franco (ancora oggi i Liguri usano la parola “franco” al posto di “lira” quando parlano in dialetto; il dialetto ligure mostra affinità con molte lingue, tra cui persino l’arabo; moltissime parole derivano comunque dalla lingua francese).

La Parrocchia perse importanza con l’istituzione dell’ufficio di stato civile presso la “Mairie”  (che è l’equivalente francese del Municipio), la cui sede si trovava nel cantone di Ottone presso il circondario di Bobbio, a sua volta dipendente del dipartimento di Genova.

Terminato il governo napoleonico la Val Trebbia passò sotto il dominio dei Savoia. Sotto il regno di Carlo Alberto, la popolazione rovegnese fu colpita dall’epidemia di colera (“cholera morbus”) del 1834.

L‘amministrazione locale intervenne istituendo piccoli Lazzaretti, il cui numero aumentò in occasione della successiva epidemia del 1855.

Nello stesso periodo tutti gli abitanti contribuirono alla costruzione della nuova chiesa in località “Peretta-Nocetta”.

Questi furono anche gli anni dei movimenti politici mazziniani. Anche in Val Trebbia vi erano sostenitori della Giovine Italia ed i controlli polizieschi sulle riunioni e sulle pubblicazioni si intensificarono.

 Sempre a questo periodo risalgono i documenti più antichi riguardanti la Miniera di Monte Linajuolo, presenti nell’archivio storico comunale di Rovegno. (Foto n. 5)

Vecchio documento

Foto n. 5 – Uno dei più antichi documenti rigurdanti la miniera Linajuolo conservati   presso l’archivio comunale di Rovegno (21.04.1869).

 

Mentre la popolazione si attivava per provvedere arredi sacri, stucchi e dipinti per la nuova chiesa, la Miniera vedeva l’interessamento a ricerche di rame da parte del Signor Carlo Semino e del Sac. Giacomo Rossi, originari del basso Piemonte, i quali chiesero alla Sotto Prefettura del Circondario di Bobbio (che era stato costituito all’epoca della dominazione francese) i relativi permessi, di ricerca.  Il Prefetto della Provincia di Pavia accordò con decreto tali permessi che si riferivano ai terreni sui quali si trovava la miniera; alcuni terreni erano di proprietà del medico Giuseppe Carboni, il Sindaco di quel tempo, e di Giacomo Isola (zona Linajuolo), altri appartenevano alla Mensa  Parrocchiale di Rovegno con Giuseppe e Giovanni Barbieri, e Giuseppe Zerbo (bosco di Pramezzano), ed a Giovanni Antonio Barbieri (castagneto denominato Pietramarcia). Da allora non ci sono stati cambiamenti nei toponimi: con questi nomi vengono ancora oggi indicati i terreni che un tempo fervevano del lavoro per produrre il legname che serviva a sostenere le gallerie, e per gli scavi delle ricerche minerarie.

Da una prima statistica stilata alcuni mesi dopo risulta che la Miniera aveva fruttato 55 q.li di minerale attraverso l’opera di 4 minatori, 4 manovali, e n. 5 -di cui 2 più giovani di 14 anni- addetti alla cernita del minerale. Il salario medio per gli uomini era di L.1.60,  che attualmente corrispondono a L.10.922, come risulta dalla tabella dei coefficenti  di rivalutazione pubblicata su “Il Sole 24 ore” del 18.1.1999. Il minerale estratto veniva cernito in loco, come avveniva anche in tempi più lontani.

Campioni di materiale vennero inviati addirittura a Liverpool (Inghilterra), per analisi e prove di fusione.

Una lettera della Sottoprefettura del Circondario di Bobbio documenta che tre anni dopo vennero scoperti nuovi filoni, sempre da parte della Società Semino e Rossi.

Particolare Minerario

   Foto n. 6 – Campione di pirite cuprifera (dimensioni 15 cm).

 

E’ in questi anni (precisamente dopo il 1863) che l’amministrazione locale di Rovegno, con Sindaco Casazza, divise equamente il numero dei consiglieri comunali, in base al numero di abitanti per frazione.

Nel 1866 scoppiò la terza guerra d’indipendenza; alcuni abitanti di Rovegno e Casanova furono arruolati e combatterono in questo conflitto. Nella seconda amministrazione di Giuseppe Carboni, Rovegno beneficiò di interventi utili (nuovi regolamenti rurali e di igiene); personale locale fu impiegato per intensificare le ricerche minerarie anche a Casanova.

I risultati favorevoli delle ricerche invogliarono anche gli abitanti della zona a provare, anche  sui terreni  di  proprietà,  ad ottenere  i  permessi  per i scavi  e  per ricerche di rame. Ebbe  inizio così  un   periodo  di  fervente   ed  intenso lavoro   attorno   alle  miniere,  quasi   una “febbre   del   rame”,  paragonabile,  in piccola scala,  alle situazioni  dei  ricercatori d’oro   in   Alaska  o  nel  Far West  americano, con tanto  di cause  giudiziarie   e controversie    legate al rilascio del permesso d’uso  dei   terreni, o per il controllo  della  quantità  del minerale estratto.

   

Foto n. 7 – Utensili usati nella Miniera Linajuolo.

 

Nel 1867 alla ditta Semino e C. venne revocata la concessione. Negli anni successivi la ditta Bozzo e C. rilevò tale concessione, e rimase l’unica a condurre la coltivazione della Miniera, estendendo ed intensificando gli scavi ad altre zone, oltre che a quella di Monte Linajuolo (loc. Pietramarcia e Pramezzano).

Nel frattempo, negli anni dal 1874 al 1881, iniziarono i lavori per realizzare la strada obbligatoria Rovegno-Strada Nazionale, il cui progetto venne approvato grazie agli interventi dell’amministrazione comunale presieduta da Giuseppe Zerbo e coadiuvata anche dagli assessori Giuseppe Poggi, fu Gio Batta, Ferdinando Casazza e Giuseppe Carboni. Vennero così migliorati i servizi scolastici, assistenziali e di comunicazione, e fu istituito il servizio postale.

 In frazione Valle sorse la chiesetta di S. Rocco, nella quale le messe venivano celebrate dal Sac. Gabriele Rettagliata.

L’attività estrattiva e di prospezione continuava: nuovi filoni vennero scoperti dalla ditta Bozzo e C., rendendo così necessaria la costruzione di un “mulino idraulico cilindrico per la macina del materiale escavato, con annesso opifizio per la lavatura”, azionati dalle acque del fosso “Rollò”.

L’uso di questo mulino, si legge, era sottoposto, già allora, a severe norme igieniche: si doveva fornire assicurazione che le acque di scarico venissero convogliate in specifici canali al fine di non farle defluire in quelli dove c’era l’acqua potabile.

Intanto anche nella frazione Casanova e nel vicino Comune di Fontanigorda iniziarono ricerche minerarie. La corrispondenza del Comune di Rovegno si intensificava con note, permessi e statistiche da parte della Sotto Prefettura del Circondario di Bobbio e del Corpo Reale delle Miniere (Distretto di Milano), dal quale il territorio della Val Trebbia dipendeva.

Intanto anche nella frazione Casanova e nel vicino Comune di Fontanigorda iniziarono ricerche minerarie. La corrispondenza del Comune di Rovegno si intensificava con note, permessi e statistiche da parte della Sotto Prefettura del Circondario di Bobbio e del Corpo Reale delle Miniere (Distretto di Milano), dal quale il territorio della Val Trebbia dipendeva.

Rovegno sentì l’influsso dell’emigrazione verso l’estero, ma soprattutto dell’avventura coloniale, iniziata nel 1882, quando il Governo italiano, presieduto dal Depretis, riscattò dalla Compagnia Rubattino la località di Assab, sul Mar Rosso, dando origine alla prima colonia d’Italia; è curioso notare che  al contratto di cessione era presente il Professor Cavaliere Arturo Issel di Genova, grande iniziatore, fra l’altro, delle nostre imprese coloniali, e che ebbe importanza diretta anche nelle vicende della Miniera.

Nello stesso anno a Rovegno venne infatti fondata, il 16 dicembre, la Società Issel e C. – Miniere di Monte Linajuolo  che rilevò la proprietà della Ditta Cosso, che a suo tempo  aveva rilevato  a conduzione mineraria  di   Rovegno,    immediatamente    dopo    la morte  del   precedente  proprietario Gaetano Bozzo. Tra  i  soci fondatori, oltre a Bartolomeo   Cosso,  si annoveravano personaggi illustri, investitori e società Arturo   Issel; David  Levat,    ingegnere    di   Montpellier;  il Marchese Luigi  Cattaneo Adorno   di  Genova,    (proprietario,tra  l’altro, di una officina  per la  lavorazione del rame  sul Torrente Varenna in Comune di   Moltedo   (Genova);

Ernesto Luigi Guarin De Virty di Avranches (Francia)

Giulio Issel domiciliato a Marsiglia (Francia)

Leone Issel,  negoziante in Genova.

 Nei documenti si legge: 

“Il prezzo della miniera  viene  fissato in L. 90.000 e comprende la miniera nel suo stato attuale, tutti i mobili che si trovano nella  stessa   e  così  i    ferramenti,    gli utensili,   le armature,   tettoie, i legnami, i vagoni, i lavatoi,  e  il minerale escavato ed esistente nelle scariche delle gallerie”.

 Prof. Arturo Issel

Foto n. 8 – Ritratto del Cavalier Professor Arturo Issel.

                 Timbro della Società delle Miniere

 

                 Foto n. 9 – Timbro della Società Issel e C..

 

Tra gli esponenti della Società ci sono, i Sig.ri Leone e Giulio Issel, fondatori fra l’altro del rinomato ed ancor oggi esistente negozio d’arte “Issel” di Genova,  ma la figura di maggior spicco tra i soci è quella di Arturo Issel (1842-1922), importante personaggio del mondo accademico, autore di opere acute e dettagliate su argomenti che vanno dalla speleologia, alla geologia, all’archeologia, alla biologia. Doveroso citare, tra le sue opere più importanti, “Liguria Geologica e Preistorica” (1892), che a proposito delle miniere di Rovegno  riporta: “La miniera del Monte Linaiolo (concessione) è situata presso il villaggio di Rovegno (Provincia di Pavia), nella Valle del Trebbia, sulla via nazionale da Piacenza a Genova e da 50 chilom., a N.E., da questa città.

Il giacimento è disposto a guisa di ammassi stratiformi pressappoco orizzontali, in una zona di rocce metallifere sottoposte alla serpentina. Il minerale risulta principalmente di calcopirite, erubescite e svariati minerali accessori, ma la calcopirite è dominante, intimamente associata alla roccia incassante, che è una sorte di gabbro rosso, spesso commisto a pirite marziale, argilla e materie steatitose; queste ultime si presentano principalmente al tetto degli strati.

Il minerale e la roccia che lo acclude sono teneri, fissili, facili ad escavarsi e soggetti ad alterarsi rapidamente sotto l’azione degli agenti atmosferici.

……..gli ammassi metalliferi in cui si trovano gli scavi della miniera sono, a parer mio, spostati da antichi scoscendimenti.

I lavori della miniera consistono principalmente in tre gallerie praticate nel giacimento.

La galleria inferiore, denominata Sadowa, si apre a circa 45 m. sopra Rovegno ed a 500 m. a S.E. di questo villaggio; la sua direzione dominante è N.O. – S.E.. 

A 20 m. circa sopra questo primo livello, si trova una seconda galleria che ha nome  Provvidenza, la quale si apre a breve distanza dalla prima, ed è pur diretta, almeno nel tratto principale, da N.O. a S.E.. Questa presenta diverse diramazioni a destra ed a sinistra e comunica con un terzo livello più alto che porta il nome di Linaiolo.

A livello della galleria Provvidenza si trova un adunamento metallifero, di variabile spessore e ricchezza, che raggiunge localmente oltre 1.m. 50  (1,5 m) di potenza.” Questa “multinazionale” dell’epoca diede inizio ad una grande attività estrattiva: si aprirono nuove gallerie, conosciute, come sopra già citato, con i nomi di  Sadowa, dalla famosa battaglia dell’esercito austroungarico, Provvidenza, Sud Ovest, Genova, e Sardegna. (Foto n. 9).

La coltivazione proseguì a ritmi tali da creare abbastanza posti di lavoro da rallentare l’emigrazione verso l’America; chi ritornò indietro, ebbe così la possibilità di lavorare nella sua terra natia.

Da un antico testo dei primi  del  900 intitolato  Val Trebbia” si legge: 

“A 5  minuti dal paese a SE, nella località  detta  Linajuolo  era   una   miniera  di   rame ( calcopirite,   azzurrite,    malachite): le due  porte di accesso,  completamente  ostruite,  sono sovrapposte alla distanza di 5 o 6 m.  e di fronte  ad  esse  fiuto.     All’esterno nord non sono lesi che piccole manifestazioni    di  carbonato idrato di ( malachite ) trasportato dalle acque di infiltrazione. Il filone di calcopirite è compreso   nel   gabbro rame ( malachite ) trasportato dalle acque di infiltrazione. Il filone di calcopirite è compreso   nel   gabbro  rosso, che si  trova a piccola distanza, da una massa ofiolitica. Queste manifestazioni si notano  anche nelle rocce che sono nell’interno di Rovegno”.

Miniera Sardegna

Foto n.10 – L’imbocco della galleria Sardegna, sulle alture del bosco “Giarin”, come si presenta oggi. 

 

“La miniera fu attivata nel 1864, con qualche breve interruzione, sino al 1885.  I lavori furono ripresi nel 1908 ed interrotti nel 1911 (o forse l’anno successivo, n.d.r.) perché una grossa sorgente d’acqua invase la galleria. Vi si trovarono gallerie lavorate solo col piccone, senza cioè l’uso di esplosivi, per cui si ritenne che la miniera fosse stata sfruttata anche dai romani. Indubbi segni lasciano sospettare che la miniera contenga ancora del minerale” (Arcip. Francesco Campomenosi, Rovegno).

Con la Società Issel la Miniera visse il suo periodo di maggior splendore e resa economica, dovuto alla competenza ed alla precisione degli studi e delle ricerche minerarie compiuti dai soci.

I direttori posti a capo del personale avevano buone capacità di organizzare il lavoro dei minatori, la buona conduzione economica di quel tempo era senz’altro dovuta all’ottima competenza di tali persone a cui venivano affidati compiti di comando e di responsabilità, non sempre facili da svolgersi, considerando la pericolosità e l’alta percentuale di rischio a cui erano sottoposti i lavoranti.

I direttori tenevano dei veri e propri corsi, durante i quali i minatori potevano apprendere le tecniche del mestiere, venivano istruiti sull’uso di utensili ed esplosivi. Venivano illustrate le disposizioni più importanti, tra le quali quelle per i casi d’infortunio dettate dalla “Legge sulle miniere” del 20.11.1859 (da art. 89 ad art. 95 sez. seconda).

Oltre che alle zone delle già citate gallerie, la Società Issel espanse il proprio raggio di ricerca, e nel 1884 venne scavata la galleria delle “Fundere”, il cui minerale era lavorato utilizzando l’acqua del fosso “d’Arizzo”;   questa galleria, con un caratteristico imbocco è ancora ben visibile, seppure parzialmente franata, nelle vicinanze della vasca di accumulo in località Carrobietto.

Risalgono allo stesso anno gli scavi della  “Sardegna”, ricordata tra l’altro, per il mortale infortunio accaduto al minatore rovegnese Giovanni Battista Cappellini, zio di un abitante di Rovegno ancora vivente (Antonio Cappellini –classe 1906- detto “Tugnin del Rocco”); e gli scavi della galleria cosiddetta “del Francese”: assaggio minerario formato da una sola galleria lunga 27 mt., ed alta per tutto il suo  percorso  1,90 mt., quasi completamente scavata a mano.  (Foto n. 12).

Quest’ ultima ospita, in alcuni   mesi   dell’anno,  degli  anfibi caratteristici delle zone sotterranee: i geotritoni. In  genere nel  periodo  a cavallo   tra   il XIX ed il XX secolo le gallerie   venivano scavate  con  il metodo  della    “marcia avanti”:   dopo  aver posto  dei  puntelli in legno attorno all’apertura, quasi ad incorniciare pareti e  soffitto, in  più punti venivano “spinte in avanti”,  al di sopra dei travi, delle assi di legno di pioppo che  andavano  così  a formare un vero e proprio soffitto. Ogni due o    trecento   metri  di avanzamento delle  gallerie venivano scavati dei pozzi d’areazione. Forniti di scalette  di ferro, utili  per una rapida  fuga in  caso  di  emergenza,   i pozzi erano oggetto  di divertimento dei  bimbi  dell’epoca, che  erano  soliti gettarvi piccoli sassi e rami, facendo indispettire i minatori.   

Galleria delle Fundere

 Foto n. 11 – La galleria delle “Fundere”.

 

Passeggiando nel bosco chiamato “Pian dei Cavalli” (300 mt. a Sud- SE dell’imbocco della galleria Provvidenza) si può vedere quello che resta di uno di questi pozzi d’areazione.

Nel 1900 la Miniera   di Monte  Linajuolo venne messa all’asta,   probabilmente  per il progressivo esaurimento del minerale in molte gallerie, ed anche per interessi economici diversi dei soci Issel.

Un primo acquirente fu l’Ing. Attilio Daneri di Genova, in nome e per conto dell’anglo-italiana “Mining and Finance Corporation”; e nove anni più tardi la Miniera fu rilevata dalla Granet Brown di Genova.

Nel frattempo rimase in attività solo la galleria Provvidenza che era stata giudicata la più importante e ricca di minerale e che era lunga parecchie centinaia di metri, con molte gallerie secondarie poste a diversi livelli.

 Ai primi del ‘900, le idee socialiste di ispirazione marxista si facevano a poco a poco strada nelle montagne liguri ed emiliane; a Rovegno non furono mai riscontrati incidenti tra socialisti rivoluzionari e forze dell’ordine; si legge, a proposito, che “i Rovegnesi erano gente tranquilla, essi pensavano al ballo il giorno di festa, al loro bestiame (oltre 2.000 capi), alla loro terra”. (da “Note storiche su Rovegno” di Dino d’Angella – 1991).

All’inizio del primo decennio del ‘900 i minatori continuavano a scavare nel ventre della montagna, ignari del pericolo che gravava  sulla Miniera di Monte Linajuolo,   e  su gran parte del territorio di Rovegno. Un sottile diaframma di roccia infatti separava la galleria da una zona satura d’acqua. Quando la pressione di quest’ultima fu sufficiente a sfondare tale diaframma, la volta della galleria cedette, ed un impetuoso fiume d’acqua, resa verde dal minerale, invase la miniera ed allagò tutta la zona sottostante.

Galleria del Francese

Foto n. 12 – La disagevole apertura della galleria del “Francese”.

 

Fortunatamente, l’evento si verificò nel mezzogiorno, e non provocò vittime tra i lavoranti, poiché questi si trovavano all’esterno delle gallerie a consumare il proprio pasto.

L’evento ebbe proporzioni davvero notevoli: la falda freatica fu impoverita a tal punto che ben presto tutte le sorgenti della zona si prosciugarono. Non appena il flusso dell’acqua diminuì e fu quindi possibile avventurarsi nelle gallerie, si decise di erigere un muro con calce e pietre per tentare di arginare l’allagamento, dopodichè fu fatta crollare, demolendo le armature, una porzione di galleria. Lentamente il regime idrico tornò in equilibrio, anche se i vecchi del posto asseriscono che la portata delle sorgenti, da allora, sia notevolmente diminuita.

A seguito di questo incidente la Granet Brown decise di abbandonare i lavori e le ricerche. La miniera venne dichiarata definitivamente chiusa attraverso la comunicazione di cessazione attività di Attilio Daneri nel dicembre del 1912.

Di lì a poco sarebbe iniziata la I Guerra Mondiale, ed a Rovegno la Miniera di Monte Linajuolo cadde nell’oblio per molti anni.

Passarono infatti ben 28 anni, prima che qualcuno si interessasse nuovamente alle ricerche minerarie nel territorio rovegnese.

Nel 1940, durante l’epoca fascista, quando a Rovegno era Podestà Giacomo Marsano (a cui successe in seguito il rovegnese Luigi Poggi), al tempo dell’entrata in guerra dell’Italia, quando molti rovegnesi partirono per il fronte, si tornò a parlare della Miniera.

Il governo fascista,  promotore di politiche autarchiche, finanziò, forse solo a scopo di propaganda, le ricerche di minerali nelle zone rovegnesi.

La S.A.RIMIFER fu incaricata di svolgere ricerche di rame e manganese. Furono iniziati parecchi scavi (cave del manganese, i cui resti sono tutt’oggi ben visibili), ed effettuati assaggi per una eventuale ripresa della coltivazione della Miniera di rame.

La gente del posto ricorda che tutti questi lavori furono eseguiti con scarso impegno e nessun entusiasmo per  incrementare lo sviluppo della zona.  I risultati ottenuti furono ben presto abbandonati.

Anche se economicamente questi lavori non recarono benefici, fu possibile raccogliere qualche elemento per la ricostruzione della storia della miniera: fu infatti in  questo periodo che dagli scavi di alcune gallerie, nel bosco del Giarin vennero rinvenuti cunicoli quasi completamente allagati, probabilmente scavati in epoche remote.

Negli anni 1970’ la Società Mineraria Montecatini illustrò che con i moderni metodi di coltivazione delle miniere poteva valere la pena di ritentare di riprendere l’attività nella zona di Monte Linajuolo.

Oggi la vecchia Miniera è abbandonata, ma le tracce dei pozzi di aereazione, gli imbocchi parzialmente franati, e le grandi discariche rimangono a testimoniare il duro lavoro dei Rovegnesi che per lunghissimi anni hanno strappato alla montagna il necessario per la propria sopravvivenza.

Recenti ricerche mineralogiche hanno permesso di rinvenire campioni interessanti.

Nella zona della Miniera del Linajuolo c’è ancora qualche masserella di pirite e di calcopirite, insieme ad abbondante limonite ed a minerali di alterazione vivacemente colorati come la malachite (verde), l’azzurrite (che a dispetto del nome è blu intenso) e vari solfati come la brochantite, il gesso, l’epsomite e la melanterite. 

Minerale

Foto n. 13 - Cristalli di pirite raccolti a Casanova di Rovegno (dimensione dell'aggregato 6 cm).

 

Nel sottosuolo di Rovegno si trovano anche cristalli di calcite, di quarzo e pregevoli campioni di talco e di pirite ottimamente cristalizzati. Forse un giorno le miniere abbandonate, oggi solo testimonianza storica del duro lavoro dei nostri vecchi, ritorneranno ad interessare e a coinvolgere turisti e residenti, lavoratori e studiosi, con la volontà di ricordare il passato e tutelare il patrimonio culturale di Rovegno. 

Minerale

 

 

Foto n. 14 – Formazioni tondeggianti di talco raccolte presso Pietranera, (dimensione del campione 8 cm).

 

 

 

 

 

 

Galleria Linajuolo

 

 

Foto n. 15 – I bellissimi colori della galleria “Linajuolo”.

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Il presente lavoro è stato composto raccogliendo dati di archivio, testimonianze e pubblicazioni.

 

Sono stati consultati gli Archivi del Comune di Rovegno, l’Archivio di Stato di Genova, la Prefettura e l’Archivio di Stato di Piacenza, Pavia e Torino, il Comune di Bobbio, i Distretti Minerari di Carrara e Milano, il professore Cortesogno, e l’assistente Signora Gaggero della Facoltà Universitaria di Scienze della Terra di Genova, il parroco di Rovegno Don Renato Repetti, la Signora Bettina Issel.

 

Le principali pubblicazioni alle quali si è fatto riferimento sono:

-         D. D’Angella, Note storiche su Rovegno, IMD Lucana – Pisticci, 1991.

-         M. Galli, Le miniere di rame e di manganese della Liguria orientale, Estratto degli Atti dell’Accademia Ligure di Scienze e Lettere – Serie V – Volume III, 1996.

-         G. Giordano, Le attività estrattive in Liguria, Industrie Minerarie. Ottobre, Novembre, Dicembre, 1969.

-         A. Issel. Liguria Geologica e Preistorica, Donath, Genova, 1892.

-         G. Jervis, I tesori sotterranei dell’Italia. Parte II (Regione dell’Appennino). Loescher, 1874.

-         G. Pipino, Gambatesa, l’ultima miniera della Liguria. Rivista Mineralogica Italiana n.4.1984.

Edizione a cura dell’Associazione Turistica pro Rovegno.

Finito di stampare il 12 marzo 1999.

Ringraziamenti.

Si ringraziano tutti coloro che con il ricordo e l’esperienza hanno aiutato gli autori in questo lavoro di ricerca, in particolare:

Antonio Cappellini (1906), Giuseppe Cappellini, Giovanni Conio,  Luigi Conio.

Architetto Mauro Saredi e Dott. Geologo Lorenzo Rosatto.

 Si esprime infine profonda gratitudine alla Signora Bettina Issel per il suo interessamento e la sua collaborazione.

La riproduzione, anche parziale, e con qualunque mezzo della presente opera, è vietata, a meno di autorizzazione scritta degli autori.

 LA PREISTORIA NELL’ALTA VAL TREBBIA

 La zona tra Garbarino e Rovegno si presenta come la più interessante sotto l’aspetto archeologico: da qui sono venuti i segni più importanti per una frequentazione preistorica. A Sud- Est di Garbarino, in località Casà è stata trovata, nel secolo scorso, un’ascia di bronzo, ad alette e con margini rialzati e viene datata alla fine dell’età del Bronzo o principio dell’età del Ferro. Issel la descrive nel modo seguente: “Un’altra ascia fu scoperta a Pian di Casale fra Pietranera e Garbarino, in Val Trebbia. Ha una forma snella, allungata ed è ristretta e spessa nella parte mediana, larga ed assottigliata verso il taglio (…). Nel fosso del Riccio (= dei Rossi) che scende da Pietranera, ma all’altezza di Rovegno – Garbarino, è stata trovata una caverna ossifera: al suo interno sono apparsi resti umani molto vicini a quelli rinvenuti a Finale, Perti, Mentone, e Isola Palmaria, ecco la relazione della scoperta: “Visitando il fossato di Rossi (del Riccio), fra Rovegno e Garbarino il proff. Chiappori s’imbattè poscia in un piccolo speco che gli fornì un ricco bottino di fossili. Questi sono frammenti  d’ossa e denti umani, nonché ossa di erbivori infrante e spaccate, colla evidente intenzione di estrarne il midollo”.

Nella frazione Zerbo di Rovegno, sempre nel secolo scorso, è venuta alla luce un’accetta quadrangolare in serpentino verde scuro, molto simile a quelle trovate a Bobbio.

 Il toponimo Rovegno potrebbe derivare dalla radicale indogermanica reudh, da cui dipende il tedesco rot (rosso): con la dialettale o da ou latina si ha robus, robius che equivalgono a rot e robigo (= ruggine, tedesco Rost) e compare per la prima volta nelle fonti scritte nella seconda metà del IX secolo, e sembra derivare dal colore rugginoso delle sue rocce. Issel per ben due anni ha studiato la situazione geologica di Rovegno, giungendo alla conclusione “che tutto il territorio di Rovegno è una frana immane, in cui si comprendono alcuni grandi ammassi di roccia metallifera (diabase alterata, compenetrata di calcopirite ed erubescite)”.

Egli prosegue “In uno dei tali ammassi, assai ricco di minerali ramiferi, sono praticate le principali galleria del Monte Linaiolo; le rocce ramifere sulle quali è fondato in parte l’abitato di Rovegno rappresentano un secondo masso simile al primo; altri debbono trovarsi ad un livello inferiore, presso la sponda della Trebbia, ove si vedono tracce di antichi scavi, dai queli sgorga una grossa polla che reca solfato di rame in soluzione”.

Quest’ultimo rilievo spiega il concentramento di reperti preistorici nella zona di Rovegno: pertanto essa più che un “ripostiglio” appare come un vero e proprio insediamento. Lo sfruttamento delle miniere di rame richiedeva nei ricercatori preistorici la conoscenza della tecnica di fusione (rame e stagno) per ottenere il bronzo. Ma dal secondo elemento chimico, lo stagno, non vi è alcuna traccia nelle valli dell’Appennino. Per molto tempo si è ritenuto che tutto lo stagno del bacino del Mediterraneo fosse monopolizzato dai Fenici, ma studi più recenti hanno indicato che anche gli Etruschi possedevano giacimenti da cui ottenevano il prezioso metallo. Le popolazioni dell’Alta Val Trebbia, per potersi rifornire di stagno, dovevano trovare una via rapida verso l’Etruria.


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