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La
Liguria , regione tra le meno estese d’Italia, nonostante il clima
particolarmente favorevole all’agricoltura ed al turismo,
ha da sempre costretto i suoi abitanti a pesanti fatiche e sacrifici
per trarre dal terreno i frutti necessari alla sopravvivenza. E’ da questa
fatica quotidiana che discende la ben nota laboriosità che ha contraddistinto
i primi abitanti di Rovegno, le cui origini risalgono forse al Paleolitico,
uno dei più antichi periodi della storia dell’uomo. Le possibili
testimonianze di insediamenti molto antichi nella zona della Rovegno di oggi
sono costituiti da un “tempio
sacrale” o “ara” nel
castagneto “Cavallistaia” nelle alture della frazione Poggio, dove, la
posizione predominante sulla vallata, e la presenza di una sorgente in
corrispondenza di alcuni grossi massi, possono
aver facilitato la scelta del luogo per celebrare riti sacrificali e
propiziatori:
La
zona è ben conosciuta nel paese, ed il suo significato religioso è suggerito
dalla toponomastica: “Andiamo a
raccogliere le castagne all’altare di pietra”. (Foto n.1).
Sempre
nei dintorni della Frazione Poggio esiste un complesso di massi posti in
posizione perfettamente circolare, che forse delimitavano una piazzola
sovrastata da un primitivo altare.
La
zona è ben conosciuta nel paese, ed il suo significato religioso è suggerito
dalla toponomastica: “Andiamo a
raccogliere le castagne all’altare di pietra”. (Foto n.1).
Sempre
nei dintorni della Frazione Poggio esiste un complesso di massi posti in
posizione perfettamente circolare, che forse delimitavano una piazzola
sovrastata da un primitivo altare.
Foto
n. 1 – L’Altare di pietra, meglio conosciuto come Dolmen.
Il
terzo periodo dell’età della pietra, il Neolitico, segna l’inizio della
formazione di villaggi. Un blocco di selce levigata raccolto in Frazione Zerbo,
è stato attribuito a questo periodo.
Presso
il museo civico di Archeologia Ligure di Villa Pallavicini in Genova, è
conservata un’ascia preistorica in bronzo raccolta a Casale, nel territorio
di Rovegno, e datata al Bronzo Antico.
Sono
d’epoca romana, invece, i reperti, raccolti in prossimità di Pietranera:
asce, cocci di terracotta, frammenti bronzei di utensili, parti di tegoloni,
usati anche per la copertura delle tombe cosiddette “a cappuccina” in uso in Italia fino all’età paleocristiana e
barbarica.
Le
zone di Rovegno e del fiume Trebbia furono luogo di combattimenti e passaggi
di soldati appartenenti alle legioni romane da un lato, e all’esercito di
Annibale dall’altro (II Guerra Punica tra Roma e Cartagine, 218-201 A.C.).
Pare
che lo stesso Annibale, che per quindici anni impegnò i Romani, si sia
fermato nel bosco “Giarin” di
Rovegno, noto come il “bosco di
Annibale”; il condottiero cartaginese sarebbe stato ferito ad una mano
dai Romani sul Monte Lesima, il cui nome può derivare da “lesa
– mano” e ricorderebbe tale evento.
Il
suolo ed il sottosuolo dell’area di Rovegno presentano
caratteristiche geologiche di grande interesse: nella zona affiorano litologie
molto variabili, spesso deformate da faglie e da pieghe che testimoniano come
questa parte dell’Appennino si sia formata in seguito ad eventi piuttosto
complessi.
Sui
monti di Rovegno si possono incontrare resti di rocce sedimentarie, di graniti
ed anche rocce tipiche del “grande mare Giurassico” detto “Ligure
– Piemontese”. La geologia infatti ci insegna che anche ciò che
sembra immutabile a scala umana è invece soggetto a cambiamenti che
richiedono tempi lunghi milioni di anni. Nel Mesozoico si sviluppò un vero e
proprio oceano, il cui fondo era costituito da peridotiti e da prodotti
magmatici come i basalti ed i gabbri. Attraverso le faglie i fluidi potevano
penetrare nel fondo, riscaldarsi ed arricchirsi di metalli. La risalita di
questi fluidi permise, in alcuni casi, a metalli come il ferro ed il rame di
depositarsi, prevalentemente sotto forma di solfuri come la pirite (solfuro
di ferro) e la calcopirite (solfuro
di ferro e rame). In questo modo si formarono, ad esempio, i giacimenti
del Levante ligure ed anche gli ammassi coltivati in passato a Rovegno.
Oltre al ferro ed al rame in
questi giacimenti possono
essere presenti altri elementi come lo zinco, l’arsenico e anche l’oro;
quest’ultimo è risultato effettivamente presente in piccole quantità a
Rovegno.
Successivamente
si deposero rocce di tipo sedimentario, come i diaspri, i calcari, le arenarie
e quello che era stato un oceano divenne prima un mare più ristretto ed
infine si richiuse del tutto.
Le
rocce che testimoniano questi lontani eventi sono oggi emerse e fanno parte
della catena Appenninica, che è costituita da “impilamenti”
di rocce che originariamente avevano geometrie molto più semplici di quelle
attuali.

Foto n. 2 – Gli Appennini a
Rovegno.
Il
minerale più abbondante nel giacimento di Rovegno era la pirite, accompagnata
da calcopirite, che formava masse nodulari, amigdale ed ammassi fino a circa
1,5 m. di diametro.
Il
nome di pirite marziale usato nel
secolo scorso per descrivere la mineralizzazione si riferisce al rame in essa
contenuto, utile alla preparazione del bronzo, (marziale deriva dal nome di
Marte, dio della guerra della mitologia romana).
La presenza di questo tipo di
minerali non è troppo difficile da rilevare sulla parte superficiale
dei giacimenti: la pirite infatti tende ad alterarsi, ed il ferro del solfuro
forma idrossidi (limonite) dal
caratteristico aspetto rugginoso. Il gergo
minerario definisce gli ammassi superficiali alterati con i nomi di “cappellaccio
di alterazione” o di “brucione”,
presente in abbondanza nelle discariche della Miniera del Linajuolo. Lo
zolfo dei solfuri si disperde sotto forma di SO4, ma
se l’alterazione avviene al riparo da piogge o acque correnti si possono
formare solfati come il gesso (solfato di calcio idrato, di colore biancastro)
o la melanterite e l’epsomite che formano incrostazioni visibili
all’interno dei cunicoli della Miniera.
Il
rame fu il primo metallo ad essere utilizzato dall’uomo, e dà il nome alla
cosiddetta “Età del Rame” che segue quella della Pietra e che precede
quelle del Bronzo e del Ferro. Il rame è abbastanza diffuso e può essere
rinvenuto allo stato nativo (cioè non
legato ad altri elementi) o contenuto in minerali relativamente semplici da
lavorare.
I
resti di manufatti o di oggetti a carattere rituale in rame
sono relativamente
diffusi
in molte aree,
ed in vari siti sono
stati rinvenuti persino
i resti di antiche
lavorazioni, come, ad
esempio, a Libiola ed a Monte Loreto in provincia
di Genova,
da cui
provengono reperti
(mazzuoli in pietra
e strumenti di
legno,datati
con tecniche
radiometriche)
che hanno più o meno la stessa età del celebre
“Uomo delSimilaun”
(circa 4500 anni fa) .
I
resti di manufatti o di oggetti a carattere rituale in rame
sono relativamente
diffusi
in molte aree,
ed in vari siti sono
stati rinvenuti persino
i resti di antiche
lavorazioni, come, ad
esempio, a Libiola ed a Monte Loreto in provincia
di Genova,
da cui
provengono reperti
(mazzuoli in pietra
e strumenti di
legno,datati
con tecniche
radiometriche)
che hanno più o meno la stessa età del celebre
“Uomo delSimilaun”
(circa 4500 anni fa) .

Foto n. 3 – Rame nativo proveniente dalla Liguria orientale (dimensioni dell'aggregato
4 cm.).
Il
rame fu quindi un metallo molto ricercato, ed anche piccoli giacimenti
assunsero una certa
importanza, in periodi nei quali le comunicazioni e gli scambi commerciali
erano difficoltosi.
Non
ci sono documentazioni sulla possibile datazione dell’inizio della
coltivazione del giacimento di Rovegno (da sempre chiamato Linajuolo
o Linaiolo), ma nel XIX secolo
le operazioni minerarie misero in evidenza angusti cunicoli scavati a mano,
che potrebbero forse risalire al Medioevo o anche ad epoche più remote. (Foto
n.4).
Secondo
G. Pipino (1984) la
Liguria dopo una
fase di fervente
attività mineraria,
antecedente la dominazione
romana ( non documentata
a Rovegno,
ma comunque
possibile) vide
un graduale declino
delle operazioni, legato sia al miglioramento
delle comunicazioni
che alla
tendenza a
con centrare lontano dal centro
dell'Impero gli schiavi
impiegati come minatori.

Foto
n .4 – Angusto cunicolo nella Miniera del “Linajuolo”.
Le
notizie sul periodo
medioevale sono scarsissime;
nel XIII
secolo si
hanno le prime
testimonianze scritte di attività mineraria in Liguria, a cui fanno
seguito diversi altri documenti che
si riferiscono
soprattutto al Genovesato ed al Tigullio
Il
primo documento certo sul giacimento di Rovegno
risalirebbe al 1600, quando la famiglia Doria ne era proprietaria; si
può comunque ipotizzare che già da tempi più antichi la miniera di “Monte
Linajuolo” fosse una delle fonti di sopravvivenza per le popolazioni
locali.
Un
altro elemento importante per lo sviluppo di Rovegno fu la vicinanza dei
monaci benedettini di S. Colombano di Bobbio, che per molti anni
aiutarono i contadini nel pesante lavoro della campagna, e in alcuni casi
insegnarono loro a leggere ed a scrivere.
Furono
di sostegno agli abitanti delle zone montane del Trebbia lungo i vari
cambiamenti di potere, dai feudi dei Franchi al potere dei Fieschi a quello
della Repubblica Genovese con i Doria.
In
quest’ultimo periodo l’attività mineraria di tutta la Liguria diminuì
rapidamente, probabilmente a causa dello sviluppo dei traffici marittimi, ben
più remunerativi per la fiorente neo Repubblica.
Da
ricerche storiche risulta che le miniere di Rovegno, di Libiola e di Framura,
erano rimaste le uniche attive in tutto il territorio ligure. A
quell’epoca i rapporti con Genova erano possibili grazie alla strada, che
seguendo più o
meno il corso del fiume Trebbia, passava
da Rovegno (e non per la frazione di Isola). Da Rovegno l’arteria proseguiva
poi per Garbarino, Rettagliata e quindi per Ottone. Era qui che, durante il
dominio dei Doria, si svolgevano le cause civili e quelle penali. Le pene
erano severissime, molto più di quelle previste dai precedenti signori della
zona. Per
i reati gravi erano previsti il rogo e la morte per squartamento, o per
trascinamento alla coda di un cavallo. Pene minori erano la tortura, la
berlina ed il carcere. In molti castelli della zona (Torriglia, Ottone,
Fontanarossa, Gorreto) esistono ancora luoghi che ricordano le macabre torture
e le atroci morti dei condannati; alcune mura di antichi castelli recano
ancora anelli ai quali si racconta che venissero appese le membra dei
malfattori fatti squartare in applicazione della “giustizia” dei Doria.
Le
Comunità di Rovegno, Garbarino, Fontanigorda avevano consoli, rettori e
ufficiali stanziari, i quali si potevano avvalere della collaborazione di
consiglieri nominati dagli anziani dei singoli centri.
In
quel tempo la chiesa di Rovegno era già “Pieve”, cioè aveva diritto di
battezzare: un privilegio concesso a poche chiese nel Medio Evo. Non a caso
sul Monte di Montarlone esiste
ancora la “Fonte del Figliuolo” dove fu celebrato il battesimo di fortuna
di un bimbo morente, mentre i genitori lo stavano portando a Rovegno per il
Primo Sacramento.
Dalla
chiesa di Rovegno dipendevano le parrocchie di Fontanigorda, Torriglia,
Montebruno, Rondanina, Carpeneto, Fascia, Fontanarossa, Gorreto, Cabanne,
Rezzoaglio, e Alpepiana.
Alla Pieve
le chiese soggette procuravano le decime che costituivano, in un ambiente
essenzialmente rurale, una cospicua fonte di entrate.
Piccolissime
cappelle o edicole con una statua erano situate al limitare di viottoli
importanti. Ogni cappellano assicurava un minimo di entrate all’Arciprete,
figura di prim’ordine nel Plebanato rovegnese.
La
chiesa parrocchiale si trovava in contrada Valle Rucugnu (oggi ne sono
pressochè scomparse le tracce poiché tale costruzione è stata distrutta da
una imponente frana dell’inizio dell’800). Si racconta che, con
l’incalzare dei briganti, l’Arciprete non risiedesse mai nell’abitazione
parrocchiale, poiché questa rimaneva al di fuori dall’abitato. Il
brigantaggio fu un fenomeno pesantemente diffuso nelle nostre zone anche e
soprattutto a causa delle pestilenze del 1592 e 1656.
Rovegno
aveva il suo Lazzaretto a Laccio, e si dice che da qui e da Bargagli venissero
portati i defunti a causa della peste, perché fossero seppelliti nel cimitero
attiguo alla chiesa posta in Valle Rucugnu.
Mentre
la vita del paese di Rovegno era caratterizzata in questo periodo, dalla
presenza di briganti, dalle epidemie e, per qualche tempo, anche dalle
carestie, la Miniera di Monte Linajuolo era in piena attività, impiegando
circa una decina di operai, come mostra un antico documento contabile un vero
e proprio libro paga- tutt’ora conservato presso l’archivio del Palazzo
Doria-Pamphili in Roma.
Il
minerale estratto veniva senz’altro “lavato” in zona, parzialmente
lavorato, e poi trasportato a dorso di mulo sino a Genova. Oltre al rame
risultavano di interesse i contenuti di ferro, zolfo, e persino di oro, che
pare riuscissero a contribuire ai costi della mano d’opera.
Le
quantità d’oro estratte venivano utilizzate per la coniatura di una moneta
detta “Genovino” (in Liguria c’erano parecchi tipi di questa moneta,
differenziati soprattutto per la zona in cui era stata prodotta). A Rovegno si
batteva moneta nella frazione di Rucugnu
(Conio). Un esemplare di Genovino di questa provenienza dovrebbe essere
conservato nella collezione del Re presso il Museo di Numismatica di Torino.
I
periodi storici seguenti che pian
piano portarono alla Repubblica di Genova e alla caduta del regime feudale
vedevano in Rovegno e in Casanova le comunità più popolose (1.500 abitanti
nel 1780); il mestiere più redditizio era ancora quello dei mulattieri. Negli
ultimi anni del 700 a Rovegno vi erano 5/6 mastri-muratori, 2 calzolai, 5/6
fabbri, 2 sarti; il resto della popolazione viveva di agricoltura e di
allevamento. La Pieve Rovegnese era governata da ben 6 sacerdoti. E’ di
questo periodo l’inizio dei lavori di costruzione dell’oratorio dedicato a
S. Matteo Apostolo in frazione Isola. (Così come si legge dal volume “Note
Storiche su Rovegno” di Dino D’Angella – 1991).
Il
vento della Rivoluzione Francese che sconvolse l’Europa interessò anche
Rovegno.
Alcuni
Rovegnesi furono coinvolti nei movimenti politici del 1797/98 in concomitanza
del nuovo regime della Repubblica Democratica ligure. Il dominio di Napoleone
decretò per sempre la fine del regime feudale, e Rovegno, come tutta la
Liguria, passò quindi sotto il dominio francese.
La
moneta divenne il franco (ancora oggi i Liguri usano la parola “franco” al
posto di “lira” quando parlano in dialetto; il dialetto ligure mostra
affinità con molte lingue, tra cui persino l’arabo; moltissime parole
derivano comunque dalla lingua francese).
La
Parrocchia perse importanza con l’istituzione dell’ufficio di stato civile
presso la “Mairie”
(che è l’equivalente francese del Municipio), la cui sede si
trovava nel cantone di Ottone presso il circondario di Bobbio, a sua volta
dipendente del dipartimento di Genova.
Terminato
il governo napoleonico la Val Trebbia passò sotto il dominio dei Savoia.
Sotto il regno di Carlo Alberto, la popolazione rovegnese fu colpita
dall’epidemia di colera (“cholera
morbus”) del 1834.
L‘amministrazione
locale intervenne istituendo piccoli Lazzaretti, il cui numero aumentò in
occasione della successiva epidemia del 1855.
Nello
stesso periodo tutti gli abitanti contribuirono alla costruzione della nuova
chiesa in località “Peretta-Nocetta”.
Questi
furono anche gli anni dei movimenti politici mazziniani. Anche in Val Trebbia
vi erano sostenitori della Giovine Italia ed i controlli polizieschi sulle
riunioni e sulle pubblicazioni si intensificarono.
Sempre
a questo periodo risalgono i documenti più antichi riguardanti la Miniera di
Monte Linajuolo, presenti nell’archivio storico comunale di Rovegno. (Foto n. 5)

Foto n. 5 –
Uno dei più antichi documenti rigurdanti la miniera Linajuolo
conservati presso l’archivio comunale di Rovegno (21.04.1869).
Mentre
la popolazione si attivava per provvedere arredi sacri, stucchi e dipinti per
la nuova chiesa, la Miniera vedeva l’interessamento a ricerche di rame da
parte del Signor Carlo Semino e del Sac. Giacomo Rossi, originari del basso
Piemonte, i quali chiesero alla Sotto Prefettura del Circondario di Bobbio
(che era stato costituito all’epoca della dominazione francese) i relativi
permessi, di ricerca. Il Prefetto della Provincia di Pavia accordò con
decreto tali permessi che si riferivano ai terreni sui quali si trovava la
miniera; alcuni terreni erano di proprietà del medico Giuseppe Carboni, il
Sindaco di quel tempo, e di Giacomo Isola (zona Linajuolo), altri
appartenevano alla Mensa
Parrocchiale
di Rovegno con Giuseppe e Giovanni Barbieri, e Giuseppe Zerbo (bosco di
Pramezzano), ed a Giovanni Antonio Barbieri (castagneto denominato
Pietramarcia). Da
allora non ci sono stati cambiamenti nei toponimi: con questi nomi vengono
ancora oggi indicati i terreni che un tempo fervevano del lavoro per produrre
il legname che serviva a sostenere le gallerie, e per gli scavi delle ricerche
minerarie.
Da
una prima statistica stilata alcuni mesi dopo risulta che la Miniera aveva
fruttato 55 q.li di minerale attraverso l’opera di 4 minatori, 4 manovali, e
n. 5 -di cui 2 più giovani di 14 anni- addetti alla cernita del minerale. Il
salario medio per gli uomini era di L.1.60,
che attualmente corrispondono a L.10.922, come risulta dalla tabella
dei coefficenti di rivalutazione
pubblicata su “Il Sole 24 ore” del 18.1.1999. Il minerale estratto veniva
cernito in loco, come avveniva anche in tempi più lontani.
Campioni
di materiale vennero inviati addirittura a Liverpool (Inghilterra), per
analisi e prove di fusione.
Una
lettera della Sottoprefettura del Circondario di Bobbio documenta che tre anni
dopo vennero scoperti nuovi filoni, sempre
da parte della Società Semino e Rossi.

Foto n. 6 – Campione di pirite cuprifera (dimensioni
15 cm).
E’
in questi anni (precisamente dopo il 1863) che l’amministrazione locale di
Rovegno, con Sindaco Casazza, divise equamente il numero dei consiglieri
comunali, in base al numero di abitanti per frazione.
Nel
1866 scoppiò la terza guerra d’indipendenza; alcuni abitanti di Rovegno e
Casanova furono arruolati e combatterono in questo conflitto. Nella
seconda amministrazione di Giuseppe Carboni, Rovegno beneficiò di interventi
utili (nuovi regolamenti rurali e di igiene); personale locale fu impiegato
per intensificare le ricerche minerarie anche a Casanova.
I
risultati favorevoli delle ricerche invogliarono anche gli abitanti della zona
a provare, anche sui terreni
di proprietà,
ad ottenere
i permessi
per i scavi
e per ricerche di
rame. Ebbe inizio così
un periodo
di fervente
ed intenso lavoro
attorno alle
miniere,
quasi una “febbre
del rame”,
paragonabile,
in piccola
scala, alle situazioni
dei ricercatori d’oro
in Alaska
o nel
Far West americano,
con tanto
di cause
giudiziarie e controversie
legate al
rilascio del permesso
d’uso dei
terreni, o
per il controllo della quantità del
minerale
estratto.
Foto n. 7 – Utensili usati
nella Miniera Linajuolo.
Nel
1867 alla ditta Semino e C. venne revocata la concessione. Negli anni
successivi la ditta Bozzo e C. rilevò tale concessione, e rimase l’unica a
condurre la coltivazione della Miniera, estendendo ed intensificando gli scavi
ad altre zone, oltre che a quella di Monte Linajuolo (loc. Pietramarcia e
Pramezzano).
Nel
frattempo, negli anni dal 1874 al 1881, iniziarono i lavori per realizzare la
strada obbligatoria Rovegno-Strada Nazionale, il cui progetto venne approvato
grazie agli interventi dell’amministrazione comunale presieduta da Giuseppe
Zerbo e coadiuvata anche dagli assessori Giuseppe Poggi, fu Gio Batta,
Ferdinando Casazza e Giuseppe Carboni. Vennero così migliorati i servizi
scolastici, assistenziali e di comunicazione, e fu istituito il servizio
postale.
In
frazione Valle sorse la chiesetta di S. Rocco, nella quale le messe venivano
celebrate dal Sac. Gabriele Rettagliata.
L’attività
estrattiva e di prospezione continuava: nuovi filoni
vennero scoperti dalla ditta Bozzo e C., rendendo così necessaria la
costruzione di un “mulino idraulico
cilindrico per la macina del materiale escavato, con annesso opifizio per la
lavatura”, azionati dalle acque del fosso “Rollò”.
L’uso
di questo mulino, si legge, era sottoposto, già allora, a severe norme
igieniche: si doveva fornire assicurazione che le acque di scarico venissero
convogliate in specifici canali al fine di non farle defluire in quelli dove
c’era l’acqua potabile.
Intanto
anche nella frazione Casanova e nel vicino Comune di Fontanigorda iniziarono
ricerche minerarie. La corrispondenza del Comune di Rovegno si intensificava
con note, permessi e statistiche da parte della Sotto Prefettura del
Circondario di Bobbio e del Corpo Reale delle Miniere (Distretto di Milano),
dal quale il territorio della Val Trebbia dipendeva.
Intanto
anche nella frazione Casanova e nel vicino Comune di Fontanigorda iniziarono
ricerche minerarie. La corrispondenza del Comune di Rovegno si intensificava
con note, permessi e statistiche da parte della Sotto Prefettura del
Circondario di Bobbio e del Corpo Reale delle Miniere (Distretto di Milano),
dal quale il territorio della Val Trebbia dipendeva.
Rovegno
sentì l’influsso dell’emigrazione verso l’estero, ma soprattutto
dell’avventura coloniale, iniziata nel 1882, quando il Governo italiano,
presieduto dal Depretis, riscattò dalla Compagnia Rubattino la località di
Assab, sul Mar Rosso, dando origine alla prima colonia d’Italia; è curioso
notare che al contratto di
cessione era presente il Professor Cavaliere Arturo Issel di Genova, grande
iniziatore, fra l’altro, delle nostre imprese coloniali, e che ebbe
importanza diretta anche nelle vicende della Miniera.
Nello
stesso anno a Rovegno venne infatti fondata, il 16 dicembre, la Società Issel
e C. – Miniere di Monte Linajuolo che rilevò la proprietà della Ditta
Cosso, che a suo tempo aveva rilevato a
conduzione mineraria
di Rovegno,
immediatamente
dopo la morte
del precedente
proprietario Gaetano
Bozzo. Tra
i soci fondatori,
oltre a Bartolomeo
Cosso, si annoveravano personaggi
illustri, investitori
e società Arturo
Issel; David
Levat, ingegnere
di Montpellier;
il Marchese
Luigi Cattaneo Adorno
di Genova,
(proprietario,tra
l’altro, di una officina
per la lavorazione
del rame sul Torrente Varenna in
Comune di Moltedo
(Genova);
Ernesto Luigi
Guarin De Virty di Avranches (Francia)
Giulio Issel
domiciliato a Marsiglia (Francia)
Leone
Issel, negoziante in Genova.
Nei documenti si legge:
“Il prezzo della miniera viene
fissato in L. 90.000 e
comprende la miniera nel suo stato attuale,
tutti i mobili che si trovano
nella stessa
e così
i ferramenti,
gli utensili, le
armature, tettoie, i legnami, i
vagoni, i lavatoi, e il minerale escavato ed esistente nelle scariche delle
gallerie”.

Foto n. 8 – Ritratto del
Cavalier Professor Arturo Issel.
Foto
n. 9 – Timbro della Società Issel e C..
Tra
gli esponenti della Società ci sono, i Sig.ri Leone e Giulio Issel, fondatori
fra l’altro del rinomato ed ancor oggi esistente negozio d’arte “Issel” di Genova, ma
la figura di maggior spicco tra i soci è quella di Arturo Issel (1842-1922),
importante personaggio del mondo accademico, autore di opere acute e
dettagliate su argomenti che vanno dalla
speleologia, alla geologia, all’archeologia, alla biologia. Doveroso citare, tra le sue opere
più importanti, “Liguria Geologica e
Preistorica” (1892), che a proposito delle miniere di Rovegno
riporta:
“La miniera del Monte Linaiolo (concessione) è situata presso il
villaggio di Rovegno (Provincia di Pavia), nella Valle del Trebbia, sulla via
nazionale da Piacenza a Genova e da 50 chilom., a N.E., da questa città.
Il giacimento è disposto a guisa di ammassi stratiformi pressappoco
orizzontali, in una zona di rocce metallifere sottoposte alla serpentina. Il
minerale risulta principalmente di calcopirite, erubescite e svariati minerali
accessori, ma la calcopirite è dominante, intimamente associata alla roccia
incassante, che è una sorte di gabbro rosso, spesso commisto a pirite
marziale, argilla e materie steatitose; queste ultime si presentano
principalmente al tetto degli strati.
Il minerale e la roccia che lo acclude sono teneri, fissili, facili ad
escavarsi e soggetti ad alterarsi rapidamente sotto l’azione degli agenti
atmosferici.
……..gli ammassi metalliferi in cui si trovano gli scavi della
miniera sono, a parer mio, spostati da antichi scoscendimenti.
I lavori della miniera consistono principalmente in tre gallerie
praticate nel giacimento.
La galleria inferiore, denominata
Sadowa, si apre a circa 45 m. sopra
Rovegno ed a 500 m. a S.E. di questo villaggio; la sua direzione dominante è
N.O. – S.E..
A 20 m. circa sopra questo primo livello, si trova una seconda galleria
che ha nome Provvidenza, la quale
si apre a breve distanza dalla prima, ed è pur diretta, almeno nel tratto
principale, da N.O. a S.E.. Questa presenta diverse diramazioni a destra ed a
sinistra e comunica con un terzo livello più alto che porta il nome di
Linaiolo.
A livello della galleria Provvidenza si trova un adunamento metallifero,
di variabile spessore e ricchezza, che raggiunge localmente oltre 1.m. 50
(1,5
m) di potenza.” Questa
“multinazionale” dell’epoca diede inizio ad una grande attività
estrattiva: si aprirono nuove gallerie, conosciute, come sopra già citato,
con i nomi di Sadowa,
dalla famosa battaglia dell’esercito austroungarico, Provvidenza, Sud Ovest, Genova, e Sardegna. (Foto
n. 9).
La
coltivazione proseguì a ritmi tali da creare abbastanza posti di lavoro da
rallentare l’emigrazione verso l’America; chi ritornò indietro, ebbe così
la possibilità di lavorare nella sua terra natia.
Da
un antico testo dei primi del
900 intitolato
“ Val Trebbia” si legge:
“A
5 minuti dal paese
a SE, nella località detta
Linajuolo
era una miniera di
rame
(
calcopirite, azzurrite, malachite):
le due porte di accesso, completamente
ostruite, sono sovrapposte alla distanza
di 5 o 6 m. e di fronte
ad esse fiuto. All’esterno nord
non
sono lesi che piccole
manifestazioni di carbonato idrato di
( malachite ) trasportato
dalle acque di
infiltrazione. Il filone di calcopirite è compreso
nel gabbro rame ( malachite ) trasportato
dalle acque di
infiltrazione. Il filone di calcopirite è compreso
nel gabbro rosso, che si trova a
piccola distanza, da una massa ofiolitica. Queste manifestazioni si notano
anche
nelle rocce che sono nell’interno di Rovegno”.

Foto
n.10
– L’imbocco della galleria
Sardegna, sulle alture del bosco “Giarin”, come si
presenta oggi.
“La miniera fu attivata nel 1864, con qualche breve interruzione, sino
al 1885. I lavori furono ripresi
nel 1908 ed interrotti nel 1911 (o forse l’anno successivo, n.d.r.) perché
una grossa sorgente d’acqua invase la galleria. Vi si trovarono gallerie
lavorate solo col piccone, senza cioè l’uso di esplosivi, per cui si
ritenne che la miniera fosse stata sfruttata anche dai romani. Indubbi segni
lasciano sospettare che la miniera contenga ancora del minerale” (Arcip.
Francesco Campomenosi, Rovegno).
Con
la Società Issel la Miniera visse il suo periodo di maggior splendore e resa
economica, dovuto alla competenza ed alla precisione degli studi e delle
ricerche minerarie compiuti dai soci.
I
direttori posti a capo del personale avevano buone capacità di organizzare il
lavoro dei minatori, la buona conduzione economica di quel tempo era
senz’altro dovuta all’ottima competenza di tali persone a cui venivano
affidati compiti di comando e di responsabilità, non sempre facili da
svolgersi, considerando la pericolosità e l’alta percentuale di rischio a
cui erano sottoposti i lavoranti.
I
direttori tenevano dei veri e propri corsi, durante i quali i minatori
potevano apprendere le tecniche del mestiere, venivano istruiti sull’uso di
utensili ed esplosivi. Venivano illustrate le disposizioni più importanti,
tra le quali quelle per i casi d’infortunio dettate dalla “Legge sulle
miniere” del 20.11.1859 (da art. 89 ad art. 95 sez. seconda).
Oltre
che alle zone delle già citate gallerie, la Società Issel espanse il proprio
raggio di ricerca, e nel 1884 venne scavata la galleria delle “Fundere”,
il cui minerale era lavorato utilizzando l’acqua del fosso “d’Arizzo”;
questa
galleria, con un caratteristico imbocco è ancora ben visibile, seppure
parzialmente franata, nelle vicinanze della vasca di accumulo in località
Carrobietto.
Risalgono
allo stesso anno gli scavi della “Sardegna”, ricordata tra l’altro, per il mortale infortunio
accaduto al minatore rovegnese Giovanni Battista Cappellini, zio di un
abitante di Rovegno ancora vivente (Antonio Cappellini –classe 1906- detto
“Tugnin del Rocco”); e gli scavi della galleria cosiddetta “del Francese”: assaggio minerario formato da una sola galleria
lunga 27 mt., ed alta per tutto il suo percorso
1,90 mt., quasi completamente scavata a mano.
(Foto n.
12).
Quest’
ultima ospita, in
alcuni mesi
dell’anno,
degli anfibi caratteristici delle
zone
sotterranee: i geotritoni. In genere
nel periodo a
cavallo tra il XIX ed il XX secolo le gallerie
venivano scavate con
il metodo della
“marcia avanti”: dopo aver
posto dei
puntelli in legno attorno all’apertura, quasi ad incorniciare pareti e soffitto,
in più
punti venivano “spinte
in avanti”, al di sopra dei travi, delle assi di legno di pioppo che andavano
così a formare un vero e proprio soffitto. Ogni due o trecento
metri di avanzamento delle
gallerie venivano
scavati dei pozzi d’areazione. Forniti di scalette
di ferro, utili per una rapida fuga
in caso di emergenza,
i pozzi erano oggetto di
divertimento dei bimbi
dell’epoca, che erano
soliti gettarvi piccoli sassi e rami, facendo indispettire i minatori.

Foto n. 11 – La galleria delle “Fundere”.
Passeggiando
nel bosco chiamato “Pian dei Cavalli” (300 mt. a Sud- SE dell’imbocco
della galleria Provvidenza) si può
vedere quello che resta di uno di questi pozzi d’areazione.
Nel
1900 la Miniera di Monte
Linajuolo venne messa all’asta,
probabilmente per il progressivo
esaurimento del minerale in molte gallerie, ed anche per interessi economici diversi
dei soci Issel.
Un
primo acquirente fu l’Ing. Attilio Daneri di Genova, in nome e per conto
dell’anglo-italiana “Mining and Finance Corporation”; e nove anni più
tardi la Miniera fu rilevata dalla Granet Brown di Genova.
Nel
frattempo rimase in attività solo la galleria Provvidenza
che era stata giudicata la più importante e ricca di minerale e che era lunga
parecchie centinaia di metri, con molte gallerie secondarie poste a diversi
livelli.
Ai
primi del ‘900, le idee socialiste di ispirazione marxista si facevano a
poco a poco strada nelle montagne liguri ed emiliane; a Rovegno non furono mai
riscontrati incidenti tra socialisti rivoluzionari e forze dell’ordine; si
legge, a proposito, che “i Rovegnesi
erano gente tranquilla, essi pensavano al ballo il giorno di festa, al loro
bestiame (oltre 2.000 capi), alla loro terra”. (da “Note storiche su
Rovegno” di Dino d’Angella – 1991).
All’inizio
del primo decennio del ‘900 i minatori continuavano a scavare nel ventre della
montagna, ignari del pericolo che gravava sulla
Miniera di Monte Linajuolo, e
su gran parte del territorio di Rovegno. Un sottile
diaframma di roccia infatti separava la galleria da una zona satura d’acqua.
Quando la pressione di quest’ultima fu sufficiente a sfondare tale
diaframma, la volta della galleria cedette, ed un impetuoso fiume d’acqua,
resa verde dal minerale, invase la miniera ed allagò tutta la zona
sottostante.

Foto n.
12 – La disagevole apertura della galleria
del “Francese”.
Fortunatamente,
l’evento si verificò nel mezzogiorno, e non provocò vittime tra i
lavoranti, poiché questi si trovavano all’esterno delle gallerie a
consumare il proprio pasto.
L’evento
ebbe proporzioni davvero notevoli: la falda freatica fu impoverita a tal punto
che ben presto tutte le sorgenti della zona si prosciugarono. Non appena il
flusso dell’acqua diminuì e fu quindi possibile avventurarsi nelle
gallerie, si decise di erigere un muro con calce e pietre per tentare di
arginare l’allagamento, dopodichè fu fatta crollare, demolendo le armature,
una porzione di galleria. Lentamente il regime idrico tornò in equilibrio,
anche se i vecchi del posto asseriscono che la portata delle sorgenti, da
allora, sia notevolmente diminuita.
A
seguito di questo incidente la Granet Brown decise di abbandonare i lavori e
le ricerche. La miniera venne dichiarata definitivamente chiusa attraverso la
comunicazione di cessazione attività di Attilio Daneri nel dicembre del 1912.
Di
lì a poco sarebbe iniziata la I Guerra Mondiale, ed a Rovegno la Miniera di
Monte Linajuolo cadde nell’oblio per molti anni.
Passarono
infatti ben 28 anni, prima che qualcuno si interessasse nuovamente alle
ricerche minerarie nel territorio rovegnese.
Nel
1940, durante l’epoca fascista, quando a Rovegno era Podestà Giacomo
Marsano (a cui successe in seguito il rovegnese Luigi Poggi), al tempo
dell’entrata in guerra dell’Italia, quando molti rovegnesi partirono per
il fronte, si tornò a parlare della Miniera.
Il
governo fascista, promotore di
politiche autarchiche, finanziò, forse solo a scopo di propaganda, le
ricerche di minerali nelle zone rovegnesi.
La
S.A.RIMIFER fu incaricata di svolgere ricerche di rame e manganese. Furono
iniziati parecchi scavi (cave del manganese, i cui resti sono tutt’oggi ben
visibili), ed effettuati assaggi per una eventuale ripresa della coltivazione
della Miniera di rame.
La
gente del posto ricorda che tutti questi lavori furono eseguiti con scarso
impegno e nessun
entusiasmo per incrementare lo
sviluppo della zona. I risultati
ottenuti furono ben
presto abbandonati.
Anche
se economicamente questi lavori non recarono benefici, fu possibile
raccogliere qualche elemento per la ricostruzione della storia della miniera:
fu infatti in questo
periodo
che dagli scavi di alcune gallerie, nel bosco del Giarin vennero rinvenuti
cunicoli quasi completamente allagati, probabilmente scavati in epoche remote.
Negli
anni 1970’ la Società Mineraria Montecatini illustrò che con i moderni
metodi di coltivazione delle miniere poteva valere la pena di ritentare di
riprendere l’attività nella zona di Monte Linajuolo.
Oggi
la vecchia Miniera è abbandonata, ma le tracce dei pozzi di aereazione, gli
imbocchi parzialmente franati, e le grandi discariche rimangono a testimoniare
il duro lavoro dei Rovegnesi che per lunghissimi anni hanno strappato alla
montagna il necessario per la propria sopravvivenza.
Recenti
ricerche mineralogiche hanno permesso di rinvenire campioni interessanti.
Nella
zona della Miniera del Linajuolo c’è ancora qualche masserella di pirite e
di calcopirite, insieme ad abbondante limonite ed a minerali di alterazione
vivacemente colorati come la malachite (verde), l’azzurrite (che a dispetto
del nome è blu intenso) e vari solfati come la brochantite, il gesso,
l’epsomite e la melanterite.

Foto
n. 13 - Cristalli di pirite raccolti a Casanova di Rovegno (dimensione
dell'aggregato 6 cm).
Nel
sottosuolo di Rovegno si trovano anche cristalli di calcite, di quarzo e
pregevoli campioni di talco e di pirite ottimamente cristalizzati. Forse
un giorno le miniere abbandonate, oggi solo testimonianza storica del duro
lavoro dei nostri vecchi, ritorneranno ad interessare e a coinvolgere turisti
e residenti, lavoratori e studiosi, con la volontà di ricordare il passato e
tutelare il patrimonio culturale di Rovegno.

Foto n.
14 – Formazioni tondeggianti di talco raccolte presso
Pietranera, (dimensione del campione 8
cm).

Foto n.
15 – I bellissimi colori della galleria
“Linajuolo”.
BIBLIOGRAFIA
Il presente lavoro è stato composto raccogliendo dati
di archivio, testimonianze e pubblicazioni.
Sono stati consultati gli Archivi del Comune di
Rovegno, l’Archivio di Stato di Genova, la Prefettura e l’Archivio di
Stato di Piacenza, Pavia e Torino, il Comune di Bobbio, i Distretti Minerari
di Carrara e Milano, il professore Cortesogno, e l’assistente Signora
Gaggero della Facoltà Universitaria di Scienze della Terra di Genova, il
parroco di Rovegno Don Renato Repetti, la Signora Bettina Issel.
Le principali pubblicazioni alle quali si è fatto
riferimento sono:
-
D. D’Angella, Note storiche su
Rovegno, IMD Lucana – Pisticci, 1991.
-
M. Galli, Le miniere di rame e di
manganese della Liguria orientale, Estratto degli Atti dell’Accademia
Ligure di Scienze e Lettere – Serie V – Volume III, 1996.
-
G. Giordano, Le attività
estrattive in Liguria, Industrie Minerarie. Ottobre, Novembre, Dicembre,
1969.
-
A. Issel. Liguria Geologica e
Preistorica, Donath, Genova, 1892.
-
G. Jervis, I tesori sotterranei
dell’Italia. Parte II (Regione dell’Appennino). Loescher, 1874.
-
G. Pipino, Gambatesa, l’ultima
miniera della Liguria. Rivista Mineralogica Italiana n.4.1984.
Edizione a
cura dell’Associazione Turistica pro Rovegno.
Finito di
stampare il 12 marzo 1999.
Ringraziamenti.
Si
ringraziano tutti coloro che con il ricordo e l’esperienza hanno aiutato gli
autori in questo lavoro di ricerca, in particolare:
Antonio
Cappellini (1906), Giuseppe Cappellini, Giovanni Conio,
Luigi Conio.
Architetto
Mauro Saredi e Dott. Geologo Lorenzo Rosatto.
Si
esprime infine profonda gratitudine alla Signora Bettina Issel per il suo
interessamento e la sua collaborazione.
La
riproduzione, anche parziale, e con qualunque mezzo della presente opera, è
vietata, a meno di autorizzazione scritta degli autori.
LA PREISTORIA NELL’ALTA VAL TREBBIA
La zona tra Garbarino e Rovegno si presenta come la
più interessante sotto l’aspetto archeologico: da qui sono venuti i segni
più importanti per una frequentazione preistorica. A Sud- Est di Garbarino,
in località Casà è stata trovata, nel secolo scorso, un’ascia di bronzo,
ad alette e con margini rialzati e viene datata alla fine dell’età del
Bronzo o principio dell’età del Ferro. Issel la descrive nel modo seguente:
“Un’altra ascia fu scoperta a Pian di Casale fra Pietranera e Garbarino,
in Val Trebbia. Ha una forma snella, allungata ed è ristretta e spessa nella
parte mediana, larga ed assottigliata verso il taglio (…). Nel fosso del Riccio (= dei Rossi) che scende da
Pietranera, ma all’altezza di Rovegno – Garbarino, è stata trovata una
caverna ossifera: al suo interno sono apparsi resti umani molto vicini a
quelli rinvenuti a Finale, Perti, Mentone, e Isola Palmaria, ecco la relazione
della scoperta: “Visitando il fossato
di Rossi (del Riccio), fra Rovegno e Garbarino il proff. Chiappori s’imbattè
poscia in un piccolo speco che gli fornì un ricco bottino di fossili. Questi
sono frammenti
d’ossa e denti umani, nonché ossa di erbivori infrante e
spaccate, colla evidente intenzione di estrarne il midollo”.
Nella frazione Zerbo di
Rovegno, sempre nel secolo scorso, è venuta alla luce un’accetta
quadrangolare in serpentino verde scuro, molto simile a quelle trovate a
Bobbio.
Il toponimo Rovegno potrebbe derivare dalla radicale
indogermanica reudh, da cui dipende
il tedesco rot (rosso): con la
dialettale o da ou latina si ha robus, robius che
equivalgono a rot e robigo
(= ruggine, tedesco Rost) e
compare per la prima volta nelle fonti scritte nella seconda metà del IX
secolo, e sembra derivare dal colore rugginoso delle sue rocce. Issel per ben
due anni ha studiato la situazione geologica di Rovegno, giungendo alla
conclusione “che tutto il territorio di Rovegno è una frana immane, in cui si
comprendono alcuni grandi ammassi di roccia metallifera (diabase alterata,
compenetrata di calcopirite ed erubescite)”.
Egli prosegue “In
uno dei tali ammassi, assai ricco di minerali ramiferi, sono praticate le
principali galleria del Monte Linaiolo; le rocce ramifere sulle quali è
fondato in parte l’abitato di Rovegno rappresentano un secondo masso simile
al primo; altri debbono trovarsi ad un livello inferiore, presso la sponda della
Trebbia, ove si vedono tracce di antichi scavi, dai queli sgorga una grossa
polla che reca solfato di rame in soluzione”.
Quest’ultimo rilievo
spiega il concentramento di reperti preistorici nella zona di Rovegno:
pertanto essa più che un “ripostiglio” appare come un vero e proprio
insediamento. Lo sfruttamento delle miniere di rame richiedeva nei ricercatori
preistorici la conoscenza della tecnica di fusione (rame e stagno) per
ottenere il bronzo. Ma dal secondo elemento chimico, lo stagno, non vi è
alcuna traccia nelle valli dell’Appennino. Per molto tempo si è ritenuto
che tutto lo stagno del bacino del Mediterraneo fosse monopolizzato dai
Fenici, ma studi più recenti hanno indicato che anche gli Etruschi
possedevano giacimenti da cui ottenevano il prezioso metallo. Le popolazioni
dell’Alta Val Trebbia, per potersi rifornire di stagno, dovevano trovare una
via rapida verso l’Etruria.
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