Sito Ufficiale del Comune di Rovegno (GE)

Sezione: — Servizio assistenza fiscale

Garbarino: Informazioni

Il piccolo abitato si trova nell’estremità nord del comune di Rovegno dal quale però è distante rispetto a quello di Gorreto: dista infatti da quest’ultimo poco meno di 2km. E’ situato in sponda destra del Trebbia ed è raggiungibile tramita una stretta comunale che parte dalla statale 45.

Garbarino, estremo confine Nord del Comune: qui passa la vecchia mulattiera.

L ‘Oratorio
Denominata oratorio San Vincenzo Martire (e comunemente San Pietro in Vincolis) fu comparrocchiale di Rovegno fino al 1904. L’edificio fu costruito verso la fine del ‘500 e l’Arciprete pro tempore aveva l’obbligo di recarsi nella piccola frazione per celebrare la messa in occasione della festa del Santo titolare e la terza domenica di ogni mese. Nel 1750 l’altare fu ingrandito, nel 1786 si costruì un ulteriore altare dedicato a San Pietro e il vescovo decise di istituire una festa in onore del Santo. Intorno al 1788, si costruì l’altare dedicato all’Angelo Custode e, verso la fine del XVIII secolo, il fonte battesimale e la nicchia dell’olio santo per gli infermi. Nel 1786 un decreto vescovile stabilì che il prete doveva celebrare messa l’ultima domenica del mese e il giorno in cui ricorreva la festa del Santo. La superficie della cappella è di circa 75 mq e la costruzione dell’edificio sembrerebbe risalire al 1874.
A Garbarino è situata anche una cappelletta dedicata alla Madonna della Guardia ed è al bivio della mulattiera che conduce a Rovegno e che veniva usata nel passato dagli abitanti del luogo

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Foppiano: Informazioni

La storia del mulino di Foppiano non può prescindere da quella del paese. I miei interlocutori, Giuseppe Foppiani, detto Giò, Stefano Foppiani, detto Steva, e Franco Poggi, tutti nati a Foppiano, non tralasciano neppure un dettaglio, come se fossero sempre stati a Foppiano, ancor prima di nascere. Attraverso i loro racconti riesco quasi a vedere il passato, dal medioevo ad oggi.
“Il nome Foppiano deriva da un errore”, spiega Giò, “era un cognome diffuso in Val Fontanabuona, ma c’era un signore che veniva sempre a portare il grano in paese così ha preso il suo nome”.
Le origini di Foppiano risalgono al 1000 -1200: il paesino era a ridosso dell’antica cappelletta, ora un rudere sotto il paese nuovo. La zona era a rischio di frana, così gli abitanti, “solo con il piccone e la pala”, precisa Giò, hanno spianato il monte e hanno creato il paese che oggi vediamo. Dal 1200 al 1500 Foppiano è rimasta disabitata poi, tra il 1500 e il 1600 si è ripopolata e chi vi risiedeva viveva di castagne; soltanto successivamente si iniziò a coltivare il grano. “Sapeva che nel ‘700 Foppiano era un magazzino?” mi domanda Giò, la risposta viene da Stefano: “sì, da Chiavari portavano il sale e l’olio, da Piacenza il frumento e poi si scambiavano le merci”.

In origine in paese vivevano 28 famiglie in 28 case, ma il colera le costrinse tutte a rifugiarsi al Pian dei Casùn (Casoni), sotto il monte Dego. Nel 1920 gli abitanti hanno creato la piazza e l’acquedotto, rimodernato poi nel 1980-81; nel 1937 hanno costruito la strada asfaltata.

“E’ stata fatta tutta a mano – precisa Giò, i cui occhi vispi si illuminano ad ogni ricordo- abbiamo fatto tutto da soli. E prosegue: “Tutta la frazione si è messa d’accordo e ha venduto una porzione di bosco per avere i soldi con cui comprare i materiali per costruire il muraglione dove ora parcheggiano le macchine, lungo 25 m e alto 12”. Il paese era così unito, mi raccontano le tre anime di Foppiano, che per ogni lavoro tutti si rimboccavano le maniche per darsi una mano. Ogni lutto era dolore per tutti, ogni festa era gioia per tutti. “Gli abitanti di Pietranera erano invidiosi dell’atmosfera che si respirava a Foppiano- confessa Giò- così ci chiamavano i Parigin, dicevano che il nostro paese era la Parigi della Val Trebbia”. Le feste erano attesissime: quella di San Rocco, la domenica dopo il 16 agosto, Pasqua e il S. Natale erano un momento di condivisione, “ed erano le uniche volte che si mangiava la carne, macellata a Rovegno” , aggiunge Franco. Fino all’800, infatti, come spiega Giò, si mangiava la panna del latte salata e messa nella minestra. E’ sempre Giuseppe a ricordare la festa di San Antonio da Padova, il 13 giugno. “Si uccideva il gallo e si faceva al zuppa alLe voci di Franco, Stefano e Giuseppe si intersecano, si sovrappongono perche, si sa, un ricordo tira l’altro. Non oso fermarli perché sento che ciò che possono raccontarmi loro, non potrei diversamente conoscerlo.
Quando chiedo loro del mulino, caratteristico del paese, si spalanca un mondo: ” il mulino era più in alto rispetto dove è ora – mi spiegano Stefano e Franco – era ad acqua e con la ruota in legno, si usava per macinare castagne e farina mattino” racconta Steva e subito si sente la voce di Giò: “Che bùnna ch’a lea! (Che buona che era!)”.
Dal 1915 la ruota è diventata di ferro poi, dal 1950, il mulino è caduto in disuso”. Stefano racconta della seconda guerra mondiale, quando ” i soldati del Fascio hanno piombato il mulino, hanno legato con un filo di piombo le due ruote perché – spiega in dialetto – il mulino non doveva macinare troppo, così hanno fatto in modo che non lo potessimo più usare”.  Finita la guerra il mulino ha ripreso a funzionare, ma non c’era un responsabile, tutto il paese lo era in eguai misura; dalle parole dei tre foppianesi emerge il senso forte di unità che si respirava in paese e che tuttora si sente se si approda in piazza, specie durante le feste che gli abitanti organizzano per stare insieme. “Era il fulcro del paese, era il centro delle attività e nessun foresto poteva usarlo” dice Giò, “era la nostra fonte di sostentamento, era la parte più importante del paese”.
E’ per questo che qualche anno fa, nel 1997, gli abitanti di Foppiano, hanno voluto rimettere in funzione il mulino “perché è un simbolo” dice Franco, che insieme a residenti, villeggianti e con l’aiuto competente di Giacomo Muzio, ha lavorato dal ’97 al ’99, per dare nuova vita al mulino.Ma il mulino non è l’unico simbolo della località: anche la Cappelletta nel prato sotto il paese è una vera testimonianza di antichità; esisteva già prima del 1800, poi, “nel 1927 è stata rinforzata, “quando mio nonno era in America e io avevo 8-10 anni, perché si aveva paura delle frane”, ricorda Giò. La frana è arrivata: la cappelletta è crollata ed è stata ricostruita sulla strada nuova. Quella che si vede ora è del 1975.

Non serve che io faccia domande: le parole si susseguono incessanti, i tre amici si scambiano i ricordi e aneddoti. Nel ’44-’45 Foppiano è stata la base del comando americano e dei partigiani che qui si nascondevano: “al tempo qui vivevamo in 10/ 12 famiglie – raccontano Giò e Steva – ed eravamo diventati amici sia con gli uomini della resistenza, sia con gli americani”. Mi raccontano di quando gli alleati si facevano lanciare i viveri ai “pianazzi” dai loro aerei, di quando li portavano in paese coi buoi. “La parola d’ordine – svela Stefano- era “la luna è chiara”: voleva dire che era il momento di lanciare viveri e approvvigionamenti”. Steva è un fiume in piena: “Gli alpini della divisione Monterosa che stavano al Gorreto, venivano sempre a Foppiano fingendo di cercare i partigiani; in realtà – sorride – venivano a trovare le sorelle Razzetti!”. “In paese gli americani avevano stabilito una tipografia – continua Franco- e una domenica hanno fatto portare a mio padre tutti gli strumenti fino a Loco”. Finita la guerra, tutte le macchine tipografiche sono state portate alla Scoffera.
E’ davvero un paese pieno di sorprese, Foppiano: Franco conserva ancora dei quaderni dei conti, dei diari dell’ 800 in cui si possono leggere affascinanti composizioni di Luigia Foppiani, figlia del sindaco Giacomo Foppiani, nato nel 1836 e residente a Foppiano dal 1880 circa.

Franco mi racconta di questa curiosa figura: “era così buono che tutti i paesani andavano vicino alla sua casa perché lui donava farina e pane”. Aveva comprato due proprietà nel piacentino e si era sistemato a Foppiano con un cavallo e una domestica. “Io andavo con mio nonno a vederlo giocare a carte” racconta Steva. Morì nel 1926 a novant’anni.
Oggi i viventi nati a Foppiano sono 25: da qualche anno Franco Poggi provvede a che si celebri per loro una S. Messa cui segue un momento conviviale. “Molti di noi negli anni ’40 sono andati a lavorare a Milano e a Genova, ma Foppiano è sempre rimasta la nostra casa”, dice Giò, che ha vissuto 50 anni a Milano e ora vive a Rapallo. Anche Franco e Steva vivono a Milano, ma: “Guai! – esclamano tutti e tre – appena abbiamo un momento vogliamo subito tornare”.
La luce a Foppiano è arrivata nel 1922, “ma era una luce che andava e veniva”, sogghigna Steva; fu accolta come una novità senza pari: la prima volta che videro una lampadina, alcuni “provarono ad usarla per accendersi la pipa” ricorda Stefano ridendo.
Ora a Foppiano c’è tutto quello che il moderno ha consentito, ma dell’antico è rimasto il profumo del grano mietuto e il rumore delle fonti. Alcuni vecchi foppianesi non ci sono più, ma i nuovi ce la mettono tutta per mantenere quell’ atmosfera che tanto si invidiava ai Parigin. C’è da creder alle parole dei miei tre foppianesi doc: una volta che lo si trova, Foppiano è difficile lasciarlo.

Emanuela Sandali

luglio 19, 2010   Commenti disabilitati su Foppiano: Informazioni

Casanova: Informazioni

A Casanova nel Medioevo esisteva un castello posto sul poggio che s’affaccia sulla destra del torrente Pescia. Di esso rimangono il toponimo e poche tracce. Da documenti certi risulta che nel 1520 il maniero non era più abitato dai feudatari. In un documento del 1250 viene nominata la chiesa di San Pietro di Casanova, diocesi di Tortona, come sede destinata al chierico Ogerino di Gugliemo di Bertone (A. Ferretto, Volume II, pag. 53). Il 26 ottobre 1520, trentasette capifamiglia di Casanova giurarono fedeltà ad Antonio e Batino Malaspina, figli di Lodisio, loro feudatari.
Il 1° novembre del 1571, a Casanova, sul piano dei Casazza, si radunarono numerosi sudditi, tra i quali molti uomini banditi dal suolo della Repubblica di Genova e dai feudi assegnati ai Doria. In tale occasione fu concessa l’amnistia ai banditi e fu sancita la pace fra le loro parentele, con atto rogato dal notaio Giuseppe De Aliano (A.S.G., Pace di Casanova, Atti del Senato, filza 1455,doc.n°41).
Il giorno di domenica, 9 maggio 1592, davanti alla chiesa di Casanova venne gravemente ferito il marchese Antonio Maria Malaspina, legittimo erede di un quarto del feudo. Il giorno 7 marzo del 1594, ventiquattro capi famiglia di Casanova riconobbero gli statuti del loro nuovo feudatario, il principe Doria marchese di Torriglia.
Nel 1656 i Doria, dopo essere entrati in possesso dell’intero territorio di Croce e Casanova, ebbero, definitivamente, l’investitura imperiale di tutto il feudo che entrò a far parte dei loro possedimenti della Val Trebbia.
La data della nascita della parrocchia di Casanova, dedicata a San Pietro Apostolo, non è certa.
Forse, dal XIII secolo esisteva un oratorio dedicato a San Marziano, voluto dai marchesi Malaspina. Esso in seguito fu incorporato nell’attuale edificio parrocchiale. La parrocchia di Casanova all’inizio del secolo scorso contava 900 abitanti (anime).
Il paese durante il periodo napoleonico fece parte del Cantone della Trebbia con sede ad Ottone.

(Fonte: “Le antiche mulattiere” di Guido Ferretti)

Casanova, borgo diviso in frazioni
La Parrocchia

E’ probabile che la Chiesa di San Pietro Apostolo esistesse già nel 1300. Un incendio dell’Archivio parrocchiale avvenuto verso fine ‘500 ci ha privati, purtroppo, di molti testi antichi e di notizie storiche. Si è riusciti, però, a stabilire, con una certa precisione4, che la “prima cellula” della parrocchia di Casanova fu una cappella risalente al XIII secolo ed eretta su commissione dei Malaspina (signori di Casanova dal 1400 al 1600 circa), in onore di San Terenziano, vescovo e martire di Todi, diventato, poi, compatrono di San Pietro Apostolo, assunto Titolare (data non pervenuta vedi appendice 4). Nel Sinodo Rampini (1435) essa non compariva ancora come parrocchia; la prima volta che fu citata come tale è nel Registro della Curia Vescovile di Tortona del 1513. Sin dal 1299, la chiesa di Casanova appartenne alla diocesi di Tortona (con Rovegno e altre parrocchie dell’Alta Valtrebbia). Il suo territorio comprendeva Casoni (che poi scelse di far capo a Fontanigorda, più vicina, staccatasi nel 1798, governata da un reggente fino al 1811, quando la Curia di Casale nomina primo parroco Marziano Biggi), Canale (fino al 1641, anno in cui chiese lo smembramento dalla matrice, restando il diritto al parroco di Casanova di celebrare nella chiesa di Canale il giorno di Santa Giustina con la retribuzione di uno zecchino fino al 1830), Loco con Cotti e Carchelli (divenuto parrocchia a sé nel 1920) e Vallescura (che dal 1798 fa parte della parrocchia di Fontanigorda).
Data la vastità della parrocchia, il parroco del tempo necessitava di un cavallo per poter soddisfare i bisogni spirituali di ognuno degli abitanti e, proprio per questo motivo, fu a lui legato un prato che costeggiava il torrente Pescia. Il reddito della parrocchia risultava essere, nel 1668, di 100 staia di frumento, di segale e di primizie più i fitti. A fine ‘500, a causa di un incendio, la canonica andò in fumo e di ciò si lamentò il parroco, Don Pietro Malaspina, con una lettera datata 30 marzo 1598 e, successivamente, il parroco Don Girolamo Guano in una lettera datata 26 ottobre 1607. Molti testi dell’Archivio Parrocchiale andarono distrutti; rimase un “Chronicon” iniziato da Don Mondani nei primi anni del 1900.
Un cenno alla Parrocchia di Casanova risale al 1623, in un’appendice al Sinodo Aresio:
“Eccl.paroch.S. Pietri apostoli, loci Casanovae ab immemorabili”.
Inizialmente, la Chiesa era costituita da una sola navata, in seguito, sfondando le pareti perimetrali della stessa, furono aggiunte due navate parallele e due cappelle laterali. Al 1655, risalgono le prime notizie circa la fabbricazione dell’ altare di San Terenziano, la cui importanza è stata sottolineata dal fatto che, nel 1689, Papa Innocenzo XI accordò l’indulgenza plenaria per coloro che avessero visitato la chiesa nei primi due vespri della festa del Santo. Tale altare possiede una proprietà coltiva nel territorio chiamata “chiusura”, affittato con l’obbligo di far celebrare tante messe. In un documento datato 24 agosto 1668 si legge:
“Attestazione di un altro pezzo di terra fatta al rettore per avergli occupato il suo orto durante la fabbrica della chiesa”:
Mentre ai è fabbricata ed Innalzata la chiesa di C. è “convenuto” al rettore privarsi del suo solito orto e un tocco di terra per ingrandire il pianato e il cimitero. In compenso di ciò i massari hanno dato un pezzo di terra presso la casa del rettore fidando che voglia approvare quel tanto che i massari hanno fatto per comodità della chiesa, del popolo.
In un attestato del 1763, Nicola Sciutto e Pietro Ferretto dichiararono che la Chiesa parrocchiale di Casanova era lunga 65 palmi e larga 49 e che aveva 3 navate con 6 pilastri assai grossi.
Nel 1786 la Chiesa di C. ricevette il titolo di prevostura: il primo prevosto fu Don Andrea Casazza. morto nel 1810. Nel 1830 fu aggiunto l’abside e, nel 1845, iniziarono i lavori per innalzare la navata centrale per coordinarla al presbiterio e all’abside costruiti ex novo pochi anni prima e per realizzare le due navate laterali; l’aspetto strutturale non ha più subito modifiche da allora. Il campanile, come risulta dalla spesa di 125 scudi per la sua costruzione, annotata in una relazione datata 1605 che si trova nell’Archivio Vescovile, non risale al 1695, data scolpita alla base (ma al 1605).
Attualmente la chiesa di Casanova presenta una pianta a croce latina, con tre navate, transetto e coro che fuoriescono ed occupa una superficie di circa 600 mq ed è di proprietà del Vaticano.
Esternamente, la facciata principale è a capanna con portone centrale (restaurato nel 2008) sovrastato da una nicchia contenente la statua del Santo cui è dedicata la parrocchia, due finestrelle laterali e varie cornici dì rilievo; sulla sinistra s’innalza il campanile in pietra a vista.
Internamente, presenta decori e dipinti eseguiti in parte in affresco e in parte a tempera risalenti al 1921, realizzati dai pittori Gambini e Toselli (come risulta dal preventivo trovato negli Archivi parrocchiali); sono visibili cornici aggettate, cornicioni, e rosoni in stucchi, parzialmente rifiniti in foglia d’oro. L’iniziativa di tali opere fu di Don Mondani, con la collaborazione gratuita dei fedeli locali e con alcuni finanziamenti giunti dall’America. L’iconografia dei dipinti rappresenta scene della vita di San Pietro Apostolo, dal Martirio alla Gloria; si trovano, poi, dipinti raffiguranti i santi protettori della parrocchia a mezzo busto e i 4 apostoli a figura intera, tutti inseriti in cornici dipinte con ornati e membrature dorate, festoni, fregi e pennellature in finto marmo. La cupola, copertura a volta a base circolare direttamente sopra l’altare maggiore, è decorato da un affresco raffigurante la Gloria di San Pietro. Sotto la cornice ai quattro angoli, cioè nelle parti a vela, sono rappresentati i quattro Evangelisti a figura intera. In ciascuna delle quattro volte, corrispondenti alle campate della navata centrale, sono raffigurate scene della vita di San Pietro; ai lati, inseriti in cornici tonde, i Santi protettori della parrocchia: S.Terenziano, S. Rocco, Santa Agnese, S. Michele, San Gianelli, S. Luigi, Santa Maria, Santa Monica. Al 1929 risalgono alcuni lavori di sistemazione dei dipinti da parte di Toselli e della canonica Nel 2000, vista la necessità di un restauro efficace per evitare un ulteriore degrado dei cornicioni, delle cornici, degli stucchi e delle pregevoli decorazioni pittoriche, le decorano Michela Rapuzzi e Nicoletta Croce elaborane un progetto corredato da una ricca documentazione fotografica a testimonianza delle numerose alterazioni cromatiche e mutilazioni di stucchi e cornici.
Gli elaborati in questione vengono esaminati e approvati dalla Commissione di Arte Sacra di Piacenza e successivamente dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Liguria che autorizza i lavori. Contemporaneamente, Angiolino Maneggia, con ineguagliabile abilità e seguendo il dettato della Soprintendenza ha sanato crepe e fessurazioni, integrato parti di intonaco mancanti, ricostruito parti di cornicione crollate, ripristinato stucchi tondi a sezione mezzo-toro, cornici, fregi, capitelli e zoccolature.
La festa religiosa in onore del Santo Patrono si tiene il 29 giugno, con una processione attraverso il piccolo gruppo di case circostanti l’edificio sacro.
Altro momento liturgico di importanza rilevante è quello dedicato a Nostra Signora della Guardia che ricorre ogni seconda domenica di agosto con la partecipazione (da alcuni anni) di un corteo storico, costituito da volontari, frequentatori del paese. che indossano abiti d’epoca.

Attività commerciali a Casanova
Albergo Ristorante Paradiso
Via Relama, 72 – 16028 Casanova di Rovegno GE
Tel. 010 952323
Albergo Ristorante Tomasi
Via Relama, 62 – 16028 Casanova di Rovegno GE
Tel. 010 952032

luglio 19, 2010   Commenti disabilitati su Casanova: Informazioni

Rovegno: Informazioni

Rovegno sorge su un terreno in lieve pendio che dalla linea del crinale principale scende verso il fiume a formare un’ampia conca a ventaglio chiusa a Ovest dalle ripidi e boscose pendici della Cavalla (1327 m). La struttura geologica del terreno circostante si presenta molto interessante: i massi sparsi alle falde dei monti accennano a fenomeni glaciali; i tipi di roccia sono svariatissimi e in esso sono stati trovati numerosi minerali e spesso microscopici fossili.
L’antica miniera di rame era già conosciuta in tempi remoti, tra il 1000 e il 1100, nuovamente sfruttata fino all’inizio del secolo, è ora completamente abbandonata, vi si estraeva oltre alla calcopirite e all’azzurrite anche il rame nativo.
Il più antico scritto conosciuto relativo al paese di Rovegno è stato ritrovato nell’archivio del Monastero di Bobbio e si riferisce ad un atto notarile datato 863, mentre dell’esistenza della Pieve si hanno notizie certe solo a partire dal 1076 tuttavia anche se la parrocchia dovette essere una ampia giurisdizione, non è dato stabilirne con precisione i limiti: si sa per certo che si estendeva nell’Alta Val Trebbia in contrapposizione con quella di Ottone, anch’essa di vecchia data, sebbene non come quella di Rovegno. Solo nel 1623 il Sinodo di Aresio chiarisce l’estensione della Pieve di Rovegno definendo sotto la sua giurisdizione il territorio che comprendeva tutta l’Alta Valle Trebbia, Torriglia e alcune parrocchie della Val d’Aveto. L’attuale chiesa, iniziata nel 1821 in sostituzione della precedente che sorgeva tra il paese e la frazione di Valle e crollata per la spinta di un movimento franoso, è decorata con stucchi nel 1848 e in seguito affrescata: l’ingresso principale è adornato da un elegante portale in bronzo di notevole fattura dello scultore G.Galletti posto in opera nel 1962. Le vicende storiche, comuni a molti insediamenti, vedono appartenere il borgo prima al Monastero di Bobbio, poi ai Fieschi di Lavagna quindi dalla metà del XIII secolo alla Repubblica di Genova della quale seguì le sorti; fu poi compreso nella Provincia di Pavia fino al 1923.
All’inizio del paese è ancora visibile la vecchia miniera di rame che pare fosse già attiva nell’anno Mille e che venne chiusa intorno al 1920 perchè non più produttiva.
Oggi Rovegno è una viva e rinomata località turistica ricca di iniziative durante tutto l’arco dell’anno.
Le sue principali frazioni sono: Canfernasca , Casanova , Crescione , Foppiano , Garbarino , Isola , Loco, Moglia , Pietranera , Spescia , Valle.

luglio 19, 2010   Commenti disabilitati su Rovegno: Informazioni

Moglia: Informazioni

Moglia (mt. 726)

 

……La tradizione tramandata oralmente narra che, inizialmente, dovesse essere costruita una chiesa unica per le frazioni di Moglia e di Spe­scia, in un luogo sito circa a metà strada tra i due centri abitati. In seguito ad un litigio tra gli abitanti dei due luoghi (che, agli inizi del secolo XIX, a Spescia risultavano essere circa 51 e a Moglia 114), si decise di costruire una chiesa a Spescia ed una cappella a Moglia, (Non è chiaro il motivo per cui a Moglia, la più popolosa tra le due frazioni, sia stata eretta una cappella anziché la chiesa e viceversa). La chiesa di Spescia fu dedicata al Nome di Maria e venne eretta nel 1844-45. La festa in onore della Madonna ricorre la 2° domenica di settembre.
…la cappelletta
La cappelletta di Moglia, eretta negli stessi anni in cui fu costruita quella di Spescia, pare che (secondo la tradizione orale) non sia mai stata consacrata in quanto, a quei tempi, per erigere una chiesa e/o cappella che fosse In regola” con le norme della Curia, occorreva che fosse possibile, per una persona, girarvi intorno. Evidentemente gli abitanti che si de­dicarono alla costruzione dell’edificio, ignora­vano tale vincolo e, dopo lungo e duro lavoro, si sono visti negato il diritto di avere un luogo di culto consacrato che, per altro, avevano già deciso di dedicare a San Rocco, quale ringra­ziamento per lo scampato pericolo dovuto al colera che in quegli anni decimava la popola­zione locale.

Ma non m’arrendo. Ancora
non ho perso me stesso,
Non sono, con me stesso,
ancora solo.

….. (G. Caproni)

luglio 6, 2010   Commenti disabilitati su Moglia: Informazioni